3 agosto 2018 -

ORA E SEMPRE RIPRENDIAMOCI LA VITA (2018)
di Silvano Agosti

Stato e padroni, fate attenzione,
nasce il Partito dell’insurrezione;
Potere operaio e rivoluzione,
bandiere rosse e comunismo sarà.
Inno di Potere Operaio, 1971

«Il Popolo è forte e vincerà». Così recitavano i cartelli in piazza, in quel decennio magico inaugurato dal ’68 in cui il movimento studentesco e quello operaio camminavano fianco a fianco per provare a cambiare, in meglio, l’Italia. Eppure quel Popolo coeso e combattivo, sempre pronto a riversarsi in decine di migliaia di persone in piazza per rivendicare i propri diritti, sempre pronto a fare politica attiva sino alle barricate nelle strade, oggi più che mai sembra avere perso, e non è semplice, in quello che si apre come un fosco orizzonte notturno fatto di brandelli e di differenze, intravvedere il ritorno della luce. È intriso di orgoglio e di malinconia Ora e sempre riprendiamoci la vita, ultimo e antologico lavoro al contempo storico, politico e sentimentale di Silvano Agosti presentato fuori concorso a Locarno con il quale il regista classe 1938, indipendentissimo e, al di là della sala da lui stesso gestita, pressoché invisibile in Italia sin dagli esordi, torna a tutta la sua carriera militante e ai suoi vecchi amici, torna al movimento studentesco de Il giardino delle delizie – già nel ’67 mutilato di quasi mezz’ora dalla censura italiana – e alla Piazza della Loggia di La strage di Brescia, passando nuovamente per la resistenza greca, per le contestazioni nelle strade e negli atenei, per gli aneliti rivoluzionari dei metalmeccanici, per i (quasi) folli a Parco Lambro e per la repressione stragista e largamente impunita attuata dalla reazione del potere. Il senso al quale il film anela, con le sue (straordinarie) immagini di repertorio e con le sue interviste, rigorosamente costituite da domande aperte, realizzate dallo stesso Agosti nel corso degli anni senza paura di schierarsi e di mettere liberamente al centro la propria visione orgogliosamente di parte degli avvenimenti, è semplicissimo, ed è il regista a verbalizzarlo esplicitamente in uno dei suoi interventi: il decennio 1968-1978 italiano, visto a posteriori, ha avuto una tale forza popolare da meritare illustri paragoni con la Rivoluzione Francese e con quella Sovietica. Ma il vero punto di Ora e sempre riprendiamoci la vita, quello che lo rende, per quanto – va detto – cinematograficamente trascurabile con i suoi evidenti limiti formali e di montaggio, con i suoi collegamenti a tratti forzati dal punto di vista storico (si veda la parte sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini, commovente quanto avulsa dal discorso generale), con la sua completa assenza di analisi e con le sue cessioni al didascalismo, un film che è impossibile non difendere fino alla fine con le unghie e con i denti, non è quello che Agosti dice, ma è quello che non viene esplicitato, quello di cui nessuno parla, quello che emerge fra le righe, fra cuore, memoria (di parole e di immagini), lacrime, dignità, rimpianti e speranze mai sopite.

Non è certo un caso che Silvano Agosti abbia deciso di realizzare questo film in questo ben preciso periodo storico, nel quale la vis rivoluzionaria del Popolo è tragicamente virata nel razzismo orgogliosamente ostentato dal popolicchio, nel quale l’ignoranza dilaga al posto del «se sai sei» e i fascismi sembrano ciclicamente e orrendamente tornati di moda. È un momento, quello attuale, in cui la lotta contro i padroni – va detto, meno riconoscibili rispetto agli Agnelli e ai Pirelli («ladri gemelli») del tempo – è diventata per (quello che era) il proletariato un prendersela invece con chi è ancora più debole, vessato, sfruttato, disperato, deriso, calpestato, mancando totalmente il bersaglio dei propri attacchi e svendendo la propria minima umanità. E non è certo un caso nemmeno che il film si apra con la dichiarazione di sconfitta di chi poco dopo ha perso la vita in nome dei suoi ideali, come è ancora meno un caso che si chiuda con i carri armati inviati dal Ministero dell’Interno, quello stesso dicastero ora in mano a Matteo Salvini e alle sue politiche xenofobe e smaccatamente anticostituzionali fra le navi lasciate in mare e gli agghiaccianti tweet di citazioni mussolinane ormai definitivamente sdoganate, contro i manifestanti di Bologna in ovvia agitazione dopo il proiettile vagante che uccise Francesco Lorusso. Perché, di molto al di là del suo valore documentale fra le immagini d’archivio dei fatti più salienti e le testimonianze di chi a questi fatti ha dato corpo con la propria presenza, è proprio nel suo tempismo che Ora e sempre riprendiamoci la vita trova la sua principale ragion d’essere, la sua urgenza, la sua profonda necessità, la sua commovente forza (ancora) militante. È un film che, pur molto lontano dal “bel” film, fra la sua schematicità e le pennellate di eccessiva retorica della sua forma cinematografica, fra le sue improbabili citazioni di Dreyer e la sua assenza di contraddittori – la ragione è di ogni combattente senza voler discutere nemmeno il brigatismo e le forze dell’ordine nient’altro sono che una mera arma nelle mani del potere, perché la cronistoria di Agosti non ricerca la complessità e l’analisi storica, ma la dignità umana di chi crede nelle proprie idee e combatte per trasformare l’utopia in futuro –, trova negli inevitabili confronti con l’attualità una sua ben precisa funzione politica di campanello d’allarme, di sveglia, di segnale di pericolo per quello che potrebbe nuovamente verificarsi in futuro, anticipato dagli inquietanti segnali di un presente che non solo sembra essere ritornato a una destra estrema, populista e violenta sul versante politico, ma anche al disinteresse, o peggio ancora al più completo equivocare la realtà, i problemi e “i nemici” da parte del popolo.

Il sentimento comune di oggi è l’odio razziale, è la disumanità, è il celodurismo scatenato al posto della comprensione, è l’eleggere un duce (che ora va di moda chiamare con il più vergine “capitano”) per esaltarsi di fronte alle sue sparate, mentre magari si provano le armi contro il primo uomo di colore che si vede passare dalle finestre. Ed è questo che, fra aggressioni non solo verbali e arroganze social, seriamente preoccupa e intristisce, è questa la reale sconfitta, è questo ciò che, ben al di là dei suoi limiti, porta al centro del dibattito storico, politico e culturale un film sincero, commosso, accorato e profondamente libero nel suo idealismo come quello di Agosti. Perché la repressione borghese e capitalista di ieri nel frattempo si è evoluta in pillole d’odio, diventato popolare e apprezzato proprio per la sua violenza. Ora parte da un tweet, da una “ruspa”, da una foto con un fiore, da un porto chiuso, da un censimento dei soli rom, da un sorriso mentre si contraddice e si tradisce apertamente quella stessa Costituzione sulla quale si è giurato. E in questo scenario, consapevoli dell’attuale impossibilità che una manifestazione possa avere la stessa partecipazione popolare, fa in un certo senso male (ri)vedere il fermento di decine di migliaia di persone in piazza. Fa male, nel momento in cui nessuno si oppone più ai soprusi del potere, vedere i sindacati fare ancora i sindacati. Fa male, nell’encefalogramma piatto o quasi di quella che dovrebbe essere la sinistra parlamentare ma che è ormai diventata una forza pienamente conservatrice, rivedere una politica tesa davvero al benessere dei cittadini, all’abbattimento delle diseguaglianze sociali, al superamento delle classi, ai «più salari e meno profitti». Mentre la sinistra extraparlamentare di Potere Operaio, con le sue proteste radicali e con i suoi scioperi con i quali mettere con le spalle al muro i padroni, non è che un lontano ricordo. Nello scorrere delle immagini d’archivio girate in quegli anni da Agosti e (non necessariamente) già inserite nei suoi lavori precedenti si alternano, commoventi, gli slogan e le battaglie, dalle università all’aborto passando per le lotte femministe e per i contraccettivi, per le facoltà da liberare dai fascisti e dal loro vile lancio di oggetti dal tetto contro i compagni, per la mobilitazione internazionale per liberare il Vietnam di Ho-Chi Minh e per gli scioperanti reintegrati dalla Fiat dopo l’ingiusta sospensione, per le case occupate e per la solidarietà umana di Franca Rame nei confronti dei carcerati, dei brigatisti, del proletariato. Ma anche, e forse proprio per questo motivo, per il suo stupro punitivo subito da parte di 3 uomini, e più in generale per le rappresaglie, per le intimidazioni, per gli attacchi della celere, per la strategia della tensione, per i soprusi commessi dal potere dell’oligarchia per mantenere i suoi privilegi. Per le stragi di Stato, da piazza Fontana a piazza della Loggia, dagli arresti di massa a Milano agli sgomberi più violenti, dall’Italicus agli interventi militari sulla piazza felsinea. In attesa che sempre a Bologna, il 2 agosto 1980, esplodesse anche la bomba alla stazione. Ma il film di Agosti, con lucidità e coerenza, si ferma prima, al tragico errore, a quella notte del 9 maggio 1978 che, con il ritrovamento del corpo di Aldo Moro, che di fatto ha fermato l’onda, ha tappato il vulcano, ha spento la fiamma rivoluzionaria che ammantava il Belpaese.

L’aspetto storico-documentale, tuttavia, seppure urgente e bruciante nei suoi simboli e nei suoi urticanti parallelismi/divergenze con il presente, è stato per Agosti secondario nella realizzazione del suo film. Quello che davvero conta, per l’uomo, per il compagno, per il combattente e per l’amico, non sono tanto gli eventi, ma la loro progressione emotiva e sentimentale. A rievocare ciò che è accaduto e ad ammantare Ora e sempre riprendiamoci la vita del cuore del suo autore che ritorna commosso ai compagni di lotta ci sono infatti, alternati alle immagini che riportano la memoria dell’archivio al presente dello schermo, i protagonisti dei movimenti del tempo, che si alternano come un coro che compone un’unica voce in una serie di frammenti di interviste estrapolate da oltre trent’anni di chiacchierate di Silvano Agosti. Perché è sempre l’uomo a fare la storia, quell’essere umano che lo stesso Agosti, con una bizzarra quanto straordinariamente dolce raccolta firme, ha ufficialmente chiesto di considerare patrimonio dell’umanità all’UNESCO. C’è Bernardo Bertolucci, pronto a essere preso a pietrate a Valle Giulia ai tempi dei primi focolai del Sessantotto. C’è Paolo Pietrangeli, che canta la sua Contessa e ripercorre i suoi mille mestieri. Ci sono Oreste Scalzone, Mario Capanna e Pietro Valpreda con i loro ruoli chiave nelle proteste del tempo, c’è Franco Piperno con l’elenco pressoché infinito dei suoi capi d’accusa, c’è Nuto Rivelli partigiano e sognatore. Ci sono Dario Fo e Franca Rame fra premi Nobel e gli istanti più atroci dell’esistenza trasformati in monologo, c’è Massimiliano Fuksas di fronte alla sua Nuvola, c’è Massimo Cacciari che si interroga sui motivi della fine e sugli errori strategici e di comunicazione che hanno anestetizzato e incattivito il Popolo, e soprattutto c’è Alberto Grifi, faro nella notte di ogni essere umano e di ogni cineasta, che spiega a modo suo le iniquità nella piramide sociale. Tutti testimoni e artefici, come lo stesso Agosti, di una vera e propria internazionale di lotta, in Occidente come in Oriente, protesi verso la Rivoluzione, verso quel Sol dell’Avvenire magari offuscato, ma, ci piace pensare, mai davvero spento. Perché, come viene espressamente detto da Silvano Agosti in una vecchia intervista televisiva rispolverata per l’occasione, il fuoco della lotta è un fiume sotterraneo che continua a scorrere, cauto ma mai dormiente, semplicemente in attesa dei suoi momenti di nuova piena. Un qualcosa che abbraccia la scuola e i posti di lavoro, gli scacchieri internazionali e la quotidianità, il Potere Operaio e gli anarchici. È la Resistenza di chi chiede uguaglianza e non accetta di essere ridotto in schiavitù dalle ragioni del capitale, e questo è un qualcosa che non va messo in discussione, ma va semplicemente condiviso, abbracciato e, ben più che rimpianto, riportato in vita. Perché la Rivoluzione, per quanto possa essere lenta e sofferta, non si potrà mai fermare, e oggi più che mai ha bisogno di essere ricordata e tenuta sempre in mente. Studenti e operai hanno perso gli obiettivi e la coesione, hanno smesso di parlarsi, hanno smesso di remare insieme nella stessa direzione, ma «il Popolo è forte e vincerà», oggi come ieri. Bisogna solo tornare a rendersene conto e ricominciare a resistere, come mai ha smesso di resistere Silvano Agosti, l’uomo che in gioventù ha girato il mondo in autostop, che per tutta la vita ha filmato la Rivoluzione, e che ora ritorna con un’opera personalissima e terminale al suo cinema solitario e idealista, politico e sincero, libero e sofferto, rispettoso e umanissimo. Magari partendo proprio da quella sacca di Resistenza culturale che è il Festival di Locarno, nel quale le voci indipendenti, storiche, archivistiche e militanti anche italiane, da Gianikian/Ricci Lucchi a Peter Von Bagh, passando per Jean-Marie Straub, hanno sempre trovato quel megafono per la propria libertà artistica e per il proprio antifascismo che l’Italia difficilmente può (o vuole) offrire. E poco, anzi nulla, importa del fatto che il film sia “brutto”, banale e unilaterale, importa solo una vecchia e inossidabile verità: «Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti».

Marco Romagna

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