9 marzo 2018 -

NOME DI DONNA (2018)
di Marco Tullio Giordana

«Nel tutto delle cose, non ci sono né il maschile né il femminile.»
[Gautama Buddha nel Vimalakīrti Nirdeśa Sūtra]

Mentre state leggendo queste parole, è già passato l’8 marzo 2018. Ci dobbiamo ricordare che l’8 marzo non è una banale celebrazione della donna da promuovere attraverso mimose, gesti gentili e baracconate varie figlie dell’etica del machismo capitalista, ma che sarebbe innanzitutto una festività di ambito socialista messa su per onorare e ricordare l’anniversario dell’8 marzo 1917, giorno in cui le donne di San Pietroburgo organizzarono manifestazioni e scioperi per ribellarsi alla situazione bellica, dando difatti inizio a un’esplosiva concatenazione di eventi che portò alla Rivoluzione di Febbraio e alla caduta dello zar. Ma soprattutto l’8 marzo 2018 è un 8 marzo diverso, importante, perché viviamo in un’annata in cui le tematiche sensibili legate al femminismo stanno sempre più prendendo piede nell’assetto socio-politico mondiale e nello show business, in campo artistico. Ci pare giusto delineare un pensiero, un nostro pensiero, che è l’importanza dell’eguaglianza. Chi scrive queste parole non si intende di politica né ha mai presupposto di poter essere interessante e illuminante nel trattare tematiche scottanti, ma sono sicuro di condividere il mio pensiero con colleghi e amici nel momento in cui dico che le barriere create dal sessismo attraverso gli anni hanno portato a un’ingiustizia sempre più ridicola, sempre più generalizzata e capillare nella diffusione sistematica nella vita quotidiana. Bisogna certo anche dire che c’è una grossa distanza tra due criteri base che fungono come poli nelle controversie del femminismo odierno: da una parte c’è l’oggettivazione del corpo femminile, un problema grave legato all’immagine (alla facciata, ai presupposti teorici dell’eguaglianza), e dall’altra c’è il problema dell’ambito lavorativo, le molestie, le violenze sessuali, un problema grave legato al corpo e all’identità stessa della donna. In entrambi i campi, ci sono ovviamente degli estremismi, sui quali preferiamo non proferire parola per non eccedere nell’uso dello spazio a nostra disposizione, comunque dedicato alla recensione di un film, ma è necessario trattare in maniera sommaria un riassunto delle problematiche connesse al secondo di questi poli, ovvero all’ambiente lavorativo e alle corruzioni sessuali interne, che del resto sono il motore portante delle ribellioni messe in atto dai movimenti Time’s Up e #MeToo che sta prendendo sempre più piede a Hollywood, fino ad aver completamente polarizzato l’attenzione alla scorsa (pallosissima, fintissima) cerimonia degli Oscar. Basti pensare al discorso fatto da Frances MacDormand alla consegna dell’Academy per la miglior interpretazione femminile per Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017), o alla promozione mediatica per la miglior regia a Greta Gerwig (poi conquistata da Del Toro), conclusasi con la provocatoria e assurdamente controversa battuta di Emma Stone all’annuncio del premio. Ma queste sono le conseguenze, e possono essere messe in discussione, ma prima delle conseguenze ci sono ovviamente le cause: c’è Harvey Weinstein, e poi ci sono James Toback, Louis C.K., Casey Affleck, Brett Ratner, Steven Seagal, Oliver Stone, Ryan Seacrest, Jeffrey Tambor, John Lasseter, James Woods, Richard Dreyfuss, Aziz Ansari, James Franco, Paul Haggis e tanti altri che ci dispiace dover includere in questa lista di malfattori, non per ultimo Woody Allen, forse (almeno a livello giuridico) quello accusato in maniera più brutalmente ingiusta e discutibile. Gli artisti stanno insomma venendo sempre più schiacciati da una logica giusta ma dalle modalità forti, confutabili, non sempre appropriate a ogni contesto. L’ipocrisia hollywoodiana porta dunque a contesti in cui tutto è potenzialmente non condivisibile e niente è sicuro, neanche, almeno a nostro parere, l’ideale di base di questo femminismo, con tutte le conseguenze che ciò può avere, perlomeno sulla facciata, sull’apparenza. Ma è vero anche che qui non siamo nessuno per inserire il nostro giudizio nell’ottica della formazione di un pensiero impositivo: però sono cose di cui bisogna parlare e che vanno messe in discussione.

In ciò, per l’8 marzo è uscito nelle sale italiane Nome di donna di Marco Tullio Giordana. Il regista de I cento passi si ritrova oggigiorno a trattare queste tematiche estremamente sensibili con una storia semplice, tanto potenzialmente sfaccettata quando profondamente prevedibile in ogni suo sconvolgimento narrativo: Nina (Cristiana Capotondi) si trasferisce da Milano a un paesino lombardo con la figlia Caterina per lavorare in un residence per anziani parzialmente legato all’organizzazione ecclesiastica. Qui subisce un tentativo di violenza dal direttore del residence, Marco Maria Torri, che le chiede spesso di recarsi nei suoi uffici vestita con la divisa da lavoro a causa di un non troppo celato feticismo per le inservienti. Torri, maschilista e viscido fino al midollo, è il Weinstein della residenza Baratta: prende Nina e la avvicina a sé per farle sentire il proprio membro pulsante, per poi allontanarla e far finta di nulla, difendendosi attraverso il potere, mentre Nina, come una vera donna forte e ribelle, si inviperisce verso il sistema di cui è divenuta vittima cercando di comprendere, in una lunga indagine, tutti i crimini di Torri, per poi portarlo in tribunale e metterlo in mostra per il disgustoso essere umano che è. A livello sociale, è giusto che un film così esista: racconta una storia magari non vera ma verosimile, mette in risalto la forza della donna senza oscurare completamente l’uomo (cosa che avrebbe potuto creare un paradosso morale, un sessismo in direzione opposta…), tratta una tematica sociale che è giusto trattare confrontandosi con le esperienze di generazioni e generazioni di individui di sesso femminile che si sono ritrovate a essere vittime di una situazione sociale degradante, sofferente, umiliante, profondamente sbagliata. Alla fine della proiezione, c’è chi era in lacrime, perché la storia di Nome di donna è una storia sull’innalzarsi di fronte alla pesante difficoltà di essere in una condizione in cui è innaturale dover essere, dovendo abbattere i paletti posti in precedenza da una datata società basata sulla predominanza del maschile. Il fatto è che la storia parte da un soggetto, sì sociopoliticamente condivisibile, sì con qualche guizzo di originalità (Torri non è un mostro ma un bambinone sadico e malato, a suo modo anch’egli una vittima programmatica del sistema, una specie di pessimo Frank Booth ‘de noantri’), ma anche profondamente macchiettistico. Ogni personaggio è solo e soltanto uno stato embrionale delle proprie potenzialità: Nina è solo una donna che da debole deve farsi forza, il suo compagno è solo per non far sembrare il film un’opera anti-maschile, la figlia Caterina funge solo per un paio di battute sui “giargianesi” per far ridere gli spettatori abituati all’umorismo della capoluogo lombarda, i preti sono stolti nella loro cattiveria, c’è l’avvocatessa buona (che spiega in maniera didascalica la morale del film) e c’è quella cattiva, e in fine le vittime di Torri, che passano attraverso tutto lo spettro possibile di reazioni alle sue molestie, dalla donna che si era innamorata di lui fino a quella che bullizza Nina con fare omertoso.

Con una tale tendenza a insistere sulla superficie, il tutto diventa estremamente piatto, peraltro pure visivamente a causa di una serie di fattori tecnici, dalla fotografia scialba da Fiction Rai al montaggio sfaccettato con colpi di puro nonsenso (a un certo punto c’è una lunga dissolvenza priva di ritmo su un’inquadratura che sembra appartenere a un fuori ciak), e poi dalle musiche straordinariamente soporifere del solitamente bravo Dario Marianelli ai punti macchina scelti senza mettere in primo piano l’impatto empatico, prediligendo l’aspetto informativo puro e dunque mettendo in risalto il difetto principale di Giordana, ovvero il suo utilizzo del cinema come mezzo educativo e didattico. Il suo film sul delitto di Pasolini non era un film che parlava di uno dei più importanti intellettuali italiani del ‘900 ma un semplice documento d’inchiesta basato su fatti reali e trasposti in immagini; e ugualmente, se non peggio, Nome di donna non è un film femminista e sensibile, non è un film attuale e importante, ma è addirittura una farsa, una barzelletta colma di scelte linguistiche erronee e patetiche, dalla caratterizzazione dei personaggi alla pessima recitazione da parte di quasi tutto il cast, da Adriana Asti che interpreta se stessa in siparietti di dubbio gusto (che senso ha nominare Visconti e mostrare Buñuel se poi non si ha imparato niente dalle loro (distinte) idee di rappresentazione audiovisiva di contenuti politici? E cos’era quel movimento di macchina brusco e demenziale sulla fotografia di Colin Firth su Skype?) ai dettagli troppo ravvicinati degli schermi dei cellulari, dalle sequenze in tribunale montate e messe in scena in maniera dilettantistica e vacua all’indimenticabilmente stupido «Che troia» esclamato da Torri dopo che Nina si sottrae dai suoi luridi tentativi di approccio. Ci sono sguardi in macchina, riprese col drone, sottotrame che non si concludono, tentativi di montaggio analitico/parallelo, brevi ellissi temporali immotivate che non riescono ad avere alcun impatto. Però, poi, a vedere le reazioni del pubblico, non è che semplicemente il nostro sguardo, da cinefili, è influenzato dal fatto che vediamo i film in quanto film quando invece dovrebbero essere esperienze immersive? Per le donne a cui Nome di donna è dedicato, il film può rappresentare davvero l’esplosione morale che dovrebbe essere ma che, per noi, non è. Anche perché il finale impersonale e trash, che trasforma un film sociale in una favola a struttura uroborica, ci pare distanziarsi così tanto dal realismo e dal commento sociale non stereotipato da portare il tutto nel reame della pura, piatta stoltezza.

E, sì, l’8 marzo 2018 è passato. Ma se dobbiamo celebrarlo ancora, pensando a grandi storie di grandi donne e commemorando il vero significato di questa festività, è meglio dimenticare il bignamino inespressivo e innocuo di Giordana e pensare ai veri momenti, nella storia del cinema, in cui le donne si sono trovate a proclamare la loro necessità di libertà e di comunanza, sia nella sessualità che nella spiritualità, sia come identità politica sia come identità artistica, da Chantal Akerman con Je, tu, il, elle e Jeanne Dielman a Vera Chytilova con Le margheritine e Il frutto del paradiso, da Lina Wertmuller a Liliana Cavani, da Agnes Varda a Andrea Arnold, da Claire Denis a Marjane Satrapi, Germaine Dulac, Jane Campion, Marguerite Duras, e, perché no?, Greta Gerwig o pure Kathryn Bigelow. E il grande cinema di donne lo fanno anche gli uomini, peraltro pure in contesti disparati che possono mettere in mostra, con fare ironico o lirico, uno sguardo infettato dalle problematiche di rappresentazione di genere – e in tal caso basti pensare alle riflessioni sul voyeurismo che fungono come sottotesto in due film recenti che rimarranno probabilmente importanti per delineare lo sguardo del presente del nostro cinema, ovvero Spring Breakers di Korine e Tag di Sion Sono. Se non c’è tutto ciò, rimane un barile profondissimo, il cui fondo non può che essere raschiato e raschiato, finché non c’è più niente, e il più attuale dei messaggi che il cinema può proferire diventa solo un urlo soffocato e adolescenziale, di un’ideale artistico vecchio, sorpassato, che non lascia spazio all’immaginazione, al fuori campo, al non-detto, e a tutto ciò che può rendere il cinema ambiguo e perciò potentissimo.

Nicola Settis

“Nome di donna” (2018)
98 min | Drama | Italy
Regista Marco Tullio Giordana
Sceneggiatori Marco Tullio Giordana, Cristiana Mainardi
Attori principali Cristiana Capotondi, Valerio Binasco, Stefano Scandaletti, Michela Cescon
IMDb Rating 5.4

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