I MIEI GIORNI PIÙ BELLI – TROIS SOUVENIRS DE MA JEUNESSE (2015), di Arnaud Desplechin

Arnaud Desplechin è un amante dei viaggi, avanti ed indietro nei tempi come nella storia. L’antropologo protagonista (uno splendido Mathieu Amalric) di Trois souvenirs de ma jeunesse (titolo internazionale nettamente meno evocativo My Golden Days, in Italia tradotto con un orribile I miei giorni più belli degno della peggior commediola dozzinale e potenzialmente in grado di tagliargli le gambe) ha più passati, nascosto dietro ad un passaporto in cui sono dichiarate generalità di un altro signore, appena deceduto. Da lì parte la storia, o meglio, torna indietro, alla sua infanzia turbolenta e drammatica, ad un’adolescenza dissestata tra amore e passioni che mai coincidono, all’età matura sempre più confusa, alla ricerca di identità altrui, forse solo per non preoccuparsi della propria. Il gioco di farsi spia (anche di se stesso) ti consuma le coordinate, ti confonde il linguaggio, ti distrugge la percezione. Il nostro Amalric in quel lunghissimo interrogatorio pare continuamente essere corroso da uno specchio, incapace di risconoscer(si) il suo passato, inerme al suo presente e angosciato al suo futuro.

La storia gioca con l’antilinearità della vita e Desplechin modula continuamente gli anfratti formali della narrazione. L’infanzia travagliata del primo capitolo stigmatizzata dal suicidio della madre è strutturata solo attraverso un cortocircuito di ricordi. Nel secondo capitolo irrompe il linguagguio del thriller spionistico, risolto attraverso le sensazioni che porteranno Paul ad aiutare un amico contrabbandano soldi e passaporti di ebrei russi. Il terzo capitolo, invece, fluisce timidamente in una stratificata e complessa storia d’amore, costruita su continue ellissi temporali in cui la stessa struggente voce del protagonista gioca continuamente a definirsi in terza persona, rivisitando gli aspetti più complessi della propria vita attraverso vortici empatici dolorosi e viscerali, tenerissima constatazione di perdite e rimpianti.

Solo un personaggio così complesso e stratificato probabilmente poteva reggere il cinema di Desplechin, alla continua esplorazione di anime caotiche e nebulose attraverso un linguaggio che scivola con leggerezza nei generi più svariati. Quello che ne emerge è un affresco fortemente emozionale, in cui i protagonisti (re)citano le epoche che rappresentano fino alla soggetiva di quell’antropologo -joyceiano Dedalus- sempre più in balìa di eventi che mai riuscirà ad afferrare. Il tempo scorre e le storie si allontanano a fondo campo, ma qui nessuna ferita è sanata, nessuna riconciliazione è possibile se non coccolandosi in un passato ancora spensierato. Un dramma familiare, una storia fantasiosa, un coming-of-age, una spy-story e, soprattutto, una storia d’amore che apre e chiude questo splendido film. Mentre scorrono i titoli di coda, rimangono molti misteri, per noi come per lui, ma in fondo il cinema non serve anche a questo?

Erik Negro