27 Giugno 2016 -

MARNIE (1964)
di Alfred Hitchcock

Marnie, chi è Marnie? Marnie è una ladra, Marnie è una bugiarda, Marnie è una manipolatrice. Marnie ha un bell’aspetto, è un’abile trasformista, è educata e sofisticata, è capace di farsi assumere senza referenze, di ispirare e poi guadagnarsi la fiducia di chi la assume, salvo poi svuotare le casseforti e sparire nel nulla. Ma Marnie è anche un’anima fragile e indifesa, perseguitata da un passato che non riesce a ricordare ma che ancora ritorna negli incubi notturni, nella paura ancestrale dei temporali, negli attacchi di panico di fronte al rosso. Nel 1964, il maestro del brivido Alfred Hitchcock presentava il suo quintultimo film ed ennesimo capolavoro, confezionando con Marnie un thriller psicologico con efficaci istinti melodrammatici che si poneva come sorta di punto di sintesi fra l’ossessione di Io ti salverò e i rossi stranianti di Vertigo, senza dimenticare di ripassare per le carrellate dall’alto sui saloni borghesi di Notorious e per la psicanalisi di Psycho. Interpretato da una Tippi Hedren riconfermata un anno dopo la sua presenza ne Gli Uccelli, dice una leggenda maligna solo per il rifiuto del neosposo Ranieri di Monaco di concedere Grace Kelly per un ruolo così radicale, e finito con l’ossessione di Hitchcock per l’attrice e modella che voleva trasformare in una seconda Grace con tanto di litigi, saluti tolti, dialoghi sul set solo per interposta persona e tentativi (più che parzialmente riusciti) di boicottaggio della carriera futura della Hedren come ripicca da parte dell’innamorato (probabilmente stalker, di certo non esente da mobbing, ma non è questo il punto e al di là del dato storico e statistico nemmeno ci interessa più di tanto) respinto, Marnie si pone sin da subito come una sorta di summa dell’opera hitchcockiana, con quella borsetta piena di denaro rubato seguita ed evidenziata così come la chiave di Notorious, fino all’autocitazione esplicita al deposito bagagli della stazione con la chiave, appunto, che viene lasciata cadere in una grata. Il cinema secondo Hitchcock, giusto per citare almeno il titolo della capitale intervista di Francois Truffaut, è del resto sempre stato un cinema di dettagli, un cinema di tensione, un cinema di follia e di psicanalisi, un cinema di doppi e di fughe dal passato, un cinema di donne bionde di una bellezza algida e irraggiungibile e di aitanti giovanotti pronti a corteggiarle, avendo questa volta a disposizione addirittura l’indiscutibile charme di un giovane sir Sean Connery.

Lo scorso anno, al Cinema Ritrovato di Bologna, era toccato alla stampa d’epoca di Vertigo – La donna che visse due volte. Una copia ben tenuta ma con i suoi segni del tempo, leggermente ossidata, con le sue quasi inevitabili giunte, con qualche riga dovuta a riavvolgimenti frettolosi e alla normale usura: una copia – questo lo abbiamo scoperto di recente – proiettata in quell’occasione per l’ultima volta e ormai diventata di sola conservazione alla Cinématèque di Parigi. Quest’anno, a illuminare ancora lo schermo gigante dell’Arlecchino con i vintage print di Hitchcock, è invece giunta a Bologna una copia 35mm di Marnie assolutamente miracolosa. Stampata nel ’64 e tenuta evidentemente nelle migliori condizioni possibili, la pellicola srotolata al Ritrovato ha regalato un’immagine incredibilmente pulita, quasi senza il minimo rumore se non sugli ultimissimi metri dei rulli, e una pista audio ancora chiarissima fra la voce della Hedren che torna fanciullesca al momento della resa dei conti e le musiche al solito perfette di Bernard Herrmann. Una copia capace di restituire ancora oggi, al di là della passione feticistica di una simile proiezione, i colori saturi e la fotografia drammatica esattamente come Alfred Hitchcock li aveva voluti. Si pensi al primo incubo della protagonista, interrotto dalla figura inquietante della madre che si staglia sulla porta come una silhouette espressionista, oppure ai bagliori rossi che appaiono durante il temporale, o ancora alla macchia di inchiostro che si espande sulla camicetta: colori unici, forti, espressivi, che si pensavano perduti e invece tornano a brillare. Hitchcock del resto ha sempre giocato con le regole del genere, le ha sempre reinventate, le ha sempre riscritte, da maestro assoluto della tensione e cineasta sommo. Dalle oltre 70 inquadrature in una manciata di secondi nella doccia di Psycho all’intero pianosequenza – simulato solo per i limiti tecnici imposti dalla durata dei rulli di emulsione – di Nodo alla gola, Hitchcock non ha mai girato un solo metro di pellicola più del necessario, già con il montaggio in testa, già con il film perfettamente scritto, già con le illusioni ottiche – su tutte, la carrellata-zoomata di Vertigo ripresa anche in Marnie – esattamente pianificate. Che fosse un film muto, sonoro o a colori, il regista ha sempre sfruttato al massimo le possibilità linguistiche e tecniche, ragionando per immagini e scrivendo con il proprio genio ampi e fondamentali brani di storia del Cinema.

Marnie, nei continui cambi di identità per propensione criminale della protagonista, porta avanti l’ossessione di Hitchcock per il tema del doppio già declinata in Vertigo e Psycho, spinge l’acceleratore sulla labilità della mente umana di fronte ai fantasmi del passato che ritornano, prosegue sulla scia dell’amore salvifico (anche tramite psicanalisi) di Io ti salverò e dell’amnesia come barriera e mera illusione, quando non causa stessa dei mali. E non dimentica di inserire un rapporto problematico con una madre ormai bacchettona che si rivelerà dal passato oscuro, né di usare il più classico dei MacGuffin1 nel ruolo della bambina che parrebbe ben più amata della figlia naturale. Hitchcock si concentra sull’amore: quello genitoriale, quello filiale e quello coniugale. Quello non ricambiato, quello impossibile, quello da conquistare, quello che c’è ma non si vede. Marnie è frigida, Marnie odia gli uomini, Marnie non riesce a superare il proprio trauma e finisce per cristallizzarlo nella cleptomania e nella manipolazione altrui. Quantomeno fino all’intervento di Connery – variazione sul tema di Bond – e alla sua volontà ferrea di guarirla. Fra brividi e risate della più hitchcockiana ironia – su tutte l’inserviente delle pulizie dura d’orecchi –, Marnie passa dai maneggi a una cognata gelosa e improvvisata detective, dalle bugie al dolore di un amatissimo cavallo da abbattere, da una luna di miele con annesso tentativo di suicidio a una madre che si prostituiva, dai furti seriali al ricordo di un attizzatoio. Alfred Hitchcock prende per mano lo spettatore, lo culla con una narrazione impeccabile, lo stimola con i movimenti di macchina, i dettagli e gli stacchi di montaggio. Ben al di là dell’intrattenimento, fino a quel vestito strappato da Connery e al drammatico e sublime gioco di sguardi che ne segue. Sul set c’era, questo è stato più volte dichiarato, ben poca armonia: il regista e l’attrice ai ferri corti, l’attore spocchioso, la chimica scattata solo a tratti. Elementi che, miracolosamente, hanno contribuito al fascino misterico di un film straordinario. Perché Marnie, per quanto inspiegabilmente meno celebrato di altri, deve essere considerato a pieno diritto fra i più immortali capolavori di Alfred Hitchcock. Rivederlo su grande schermo e in questa copia perfetta dovrebbe essere un diritto di tutti.

Marco Romagna

1 Il MacGuffin, stando al già citato Il cinema secondo Hitchcock di Truffaut, è un elemento fuorviante o più semplicemente funzionale alla narrazione, che catturerà l’attenzione dello spettatore ma si rivelerà ben presto in sostanza inutile, poco importante ai fini della vicenda.

“Marnie” (1964)
130 min | Crime, Drama, Mystery | USA
Regista Alfred Hitchcock
Sceneggiatori Winston Graham (from the novel by), Jay Presson Allen (screenplay)
Attori principali Tippi Hedren, Sean Connery, Martin Gabel, Louise Latham
IMDb Rating 7.2

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