30 novembre 2017 -

L’OMBRA DEL GATTO (1961)
di John Gilling

Una volta, a mezzanotte, mentre stanco e affaticato
meditavo sovra un raro, strano codice obliato,
e la testa grave e assorta — non reggevami piú su,
fui destato all’improvviso da un romore alla mia porta.
«Un viatore, un pellegrino, bussa — dissi — alla mia porta,
solo questo e nulla più!»
Oh, ricordo, era il dicembre e il riflesso sonnolento
dei tizzoni in agonia ricamava il pavimento.
Triste avevo invan l’aurora — chiesto e invano una virtù
a’ miei libri, per scordare la perduta mia Lenora,
la raggiante, santa vergine che in ciel chiamano Lenora
e qui nome or non ha più!
Edgar Allan Poe, “Il Corvo”

Non dire gatto finché non ce l’hai nel sacco. Ma se il gatto in questione è Tabitha, magnifica e pacioccosa micia soriana striata, anche averlo letteralmente nel sacco potrebbe non essere sufficiente. L’ombra del gatto, gioiellino gotico d’ambientazione vittoriana, è la perla più rara fra quelle esibite dalla rinomata gattara Emanuela Martini nella retrospettiva/omaggio dedicata ai felini nel corso del 35mo Torino Film Festival. Girate nel 1961 dal regista britannico John Gilling, un’intera carriera alla Hammer a riscrivere ogni volta le regole dell’horror fra Il sudario della mummia e La lunga notte dell’orrore, le rocambolesche avventure della vendicatrice Tabitha compongono un film generalmente al di fuori dei radar cinefili, sconosciuto ai più, eppure strabordante nella serie B della sua narrazione temeraria e avventurosa quanto audace nelle sue scelte di messe in scena, ostinatamente libero e ironico nella forma quanto acuto nella sapida scrittura dei dialoghi, e non certo in ultimo irresistibilmente spassoso nelle sue numerose trovate e nella sua gestione pressoché perfetta della sospensione dell’incredulità.
Parte infatti da un assioma orgogliosamente assurdo, L’ombra del gatto, e intorno a questo assioma orgogliosamente assurdo si sviluppa, graffia, intrattiene, diverte, forse uccide. È ovvio che Tabitha, essendo un peloso animaletto da compagnia e non certo un possibile supertestimone processuale, non potrà mai svelare la verità contro i congiurati nell’orribile omicidio della sua anziana padrona Ella, ma il film e i suoi personaggi mai si pongono questo quesito: quello che conta non è la completa logicità della trama, ma l’ossessione crescente e (auto)distruttiva di Walter e dei suoi complici, che nell’innocenza del gatto unico testimone oculare del loro omicidio trovano l’autocoscienza della propria colpa. Specchiandosi nello sguardo vispo del felino, e trovandolo opposto al proprio, gli assassini (ri)trovano il proprio (auto)giudizio e forse il proprio rimorso, un senso di colpa che diventa paranoia e morte passando per una certezza: Tabitha, con i suoi “occhi accusatori” che fanno capolino vispi e sornioni sotto il pelo, sa troppo, è pericolosa, e per questo, secondo l’uxoricida Walter, il maggiordomo Andrew e la cameriera Clara, deve morire. Ma non si può (soprav)vivere con una scomoda gatta che dal momento dell’omicidio soffia, graffia e attacca i colpevoli, mentre rimane il solito adorabile micetto con chiunque altro. Si può solo soccombere di fronte alla sua furbizia e alla sua spietata vendetta. Che sia per graffi, che sia per infarto, che sia per una caduta dal tetto, che sia per le assi del pavimento che cedono, o magari affogando in quelle stesse sabbie mobili in cui, prima della rottura del sacco, si sarebbe voluta lanciare proprio la dolce e letale Tabitha.

Basterebbe già l’incipit – Ella nella sua soffitta, il falso testamento appena forgiato, la lettura all’amata e mansueta Tabitha de Il Corvo di Edgar Allan Poe mentre la gatta è accoccolata da qualche nella stanza – per innamorarsi de L’ombra del gatto, della sua libertà di raccontare, della sua capacità di divertire, e soprattutto di Tabitha, forse il felino più bello dell’intera memoria cinefila. Mentre Tabitha, da buon gatto, gioca con la morte come con un gomitolo. Si nasconde e poi riappare, si apposta e poi spaventa, miagola e poi colpisce. Con il suo dolce musetto, sempre pronta a fare le fusa a chiunque altro le si avvicini, l’efferata vendicatrice della sua padrona guarda i tre assassini e gli altri tre parenti/delinquenti che accorreranno in loro aiuto soccombere uno dopo l’altro e nei modi più disparati, sopraffatti dall’astuzia dell’animale più istintivo che ci sia, quello che non mangia il cibo avvelenato ma va a caccia di topi, quello che riesce a trovare il modo per sgattaiolare via e ribaltare ogni situazione anche se intrappolato in una stanza o rinchiuso in un sacco di iuta, quello che vede di notte e che cammina sui tetti, quello che si nasconde fra i libri, e soprattutto quello che ha visto l’omicidio, e quindi “sa”. Per Tabitha non esiste il testamento dell’anziana che lascia tutto alla nipote prediletta Beth, come non esiste quello falso che Walter ha estorto alla moglie subito prima di ucciderla facendosi nominare erede universale, ma esiste la consapevolezza che la sua padrona non tornerà mai più, e che proprio dalla sua vendetta, fatta d’istinto e di riconoscenza, passerà l’unica possibile giustizia mentre la polizia brancola nel buio, mentre Beth fatica a rendersi conto dell’evidenza della congiura di famiglia che la gatta combatte fra miagolii, impronte delle zampe e apparizioni, e mentre i giornali non sono autorizzati a pubblicare una sola riga nemmeno sulla sparizione dell’anziana donna.
John Gilling, supportato dall’ottimo brio dello script firmato da George Baxt, innesta nella villa della defunta Ella un noir intinto nel gotico e saturo di ironia, in cui l’autosuggestione dei colpevoli li porta a vedere in un innocuo animaletto peloso da compagnia una sorta di vendicatore fra l’angelico e il satanico, spietato nelle sue sette vite. Sono proprio la messa in scena e i dialoghi a “fare il film” su un canovaccio narrativo di certo non geniale e anzi ben lontano dalla credibilità e dalla logica, e non privo di passaggi narrativi a volte forzati o anticipati, in testa la quasi immediata risoluzione del “giallo” sul ruolo del gatto da parte del cronista, oppure la mano di Ella che ancora spunta dalla frettolosa tomba preparatale dal marito assassino e dai servi traditori. Come del resto, sin dalle primissime battute, ognuno sa perfettamente come andrà a finire, con Tabitha destinata a ergersi a eroina e vendicatrice solitaria sotto i graffi della quale ben sei uomini adulti e delinquenti non potranno che cedere all’isteria, al terrore, e poi alla morte. Quello che rende L’ombra del gatto una scoperta folgorante, una continua fucina di sorprese, non è però il “cosa”, ma il “come”. È lo spirito fra il comico e il gotico che aleggia nella stesura dei dialoghi e dei dettagli della trama scritta da Baxt, ed è la messa in scena libera e ironica di Gilling, spartita fra soggettive feline deformate dalla lente anamorfica sul 4/3, improvvise sfocature, accelerazioni nel montaggio, pelose figure che emergono dalle tenebre con gli occhi come fari, movimenti di macchina eleganti e sinuosi come quelli di un gatto. E poco importa se ogni tanto sembra di intravvedere qualche filo nei paraggi di Tabitha, o se l’inquadratura dalla quale spia la stanza dietro i libri parrebbe essere stata utilizzata più d’una volta: L’ombra del gatto è un piccolo miracolo di basso budget, a tratti geniale per libertà stilistica e per anarchia produttiva, una “mattata” che anticipa di tre anni FBI Operazione Gatto innestandolo nelle ville gotiche e negli abiti vittoriani di inizio Novecento, e che già ribalta, in anticipo di vent’anni, quello che sarà il Black Cat malvagio di Lucio Fulci. Tabitha non è affatto il Male, è adorabile anche mentre osserva chi muore sotto il peso delle sue colpe, ed è innocente anche quando uccide, l’infarto e le orme delle zampette. L’ombra del gatto è una scoperta preziosa, forse la più inaspettata dell’intero TFF 2017. Una scoperta che rimarrà nel cuore quanto gli irresistibili occhioni e i baffetti di Tabitha, l’eroina pelosa che tutti vorremmo avere al nostro fianco. O, di sicuro, non contro.

Marco Romagna

“The Shadow of the Cat” (1961)
79 min | Horror, Mystery, Thriller | UK
Regista John Gilling
Sceneggiatori George Baxt
Attori principali André Morell, Barbara Shelley, William Lucas, Freda Jackson
IMDb Rating 6.3

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