LO AND BEHOLD – INTERNET: IL FUTURO È OGGI (2016), di Werner Herzog

Il Biografilm Festival 2016 è ancora in corso tra le varie sale di Bologna. La redazione di CineLapsus si è nuovamente riunita nelle persone di Tommaso Martelli, Marco Romagna e Nicola Settis per seguirne il programma. Per quanto riguarda la proiezione più importante del Festival, ovvero l’ultimo documentario di Werner Herzog, Lo and Behold, Reveries of the Connected World, due l’hanno visto il 12 giugno, uno il 16. Diversi i tempi di sedimentazione quindi. Il fattore comune delle tre esperienze è stato, ovviamente, il clamore collettivo e l’inevitabile sensazione di ritrovarsi di fronte ad un qualcosa di storico, capace di riscrivere il cinema di Herzog e di influenzare la concezione individuale del presente e del futuro. Sembra inutile dover scrivere una presentazione del regista vista la sua fama internazionale, ma è necessario: l’autore bavarese, forse il massimo esponente del Nuovo Cinema Tedesco pur restandone in un certo senso ai margini, dagli anni ’60 ad oggi è stato creatore di un tipo di cinema unico, capace di fornire ai film di finzione il fascino del documentario (Aguirre, furore di Dio (1972) e L’enigma di Kaspar Hauser (1975) sono i due esempi più celebri e notevoli) e ai documentari la poesia tragica e spesso esistenziale dei film di finzione. In particolare bisogna notare l’importanza capitale dei suoi sforzi documentaristici, trattando temi che spaziano dalla cecità alle guerre in Medio Oriente fino alla natura, alla storia dell’arte preistorica e alla pena di morte: praticamente ognuno di questi film è una vera e propria testimonianza della storia dell’umanità, del suo rapporto con l’arte e con la bellezza, dei suoi sforzi e delle conseguenze tragiche di questi, del progresso tecnologico e della meraviglia che può venir fuori da ogni cosa che faccia parte del mondo.
È ovvia dunque l’importanza storica di un suo film incentrato sostanzialmente sul ruolo di Internet nell’evoluzione dell’uomo, in un anno come il 2016 in cui il digitale è sempre più fonte di paure e riflessioni sia nel cinema che nell’arte più pop. Con meraviglia e inquietudine, un ripetersi di dati scientifici e riflessioni filosofiche condite da più d’un pizzico di sapida ironia herzoghiana, questo lavoro risulta uno dei suoi film più concentrati sul presente, più importanti e storicizzabili, uno dei più vicini all’essere una capsula del tempo da studiare e da cui imparare col passare degli anni. Diviso in 10 capitoli zeppi di riferimenti biblici, il film tratta della nascita di internet, di rivoluzioni scientifiche causate accidentalmente da giochi online, di cyberbullismo estremo (con una tenerezza stilistica che porta alle lacrime), di malattie causate dalle radiazioni e di dipendenza da videogiochi, del ruolo centrale che potrebbe avere Internet nel caso di un nuovo evento di Carrington, di hacker, della possibilità di portare internet su Marte, delle innovazioni nel campo della robotica, della possibilità di crearsi uno spazio personale su internet, del ruolo spirituale e filosofico di internet all’interno di se stesso e delle previsioni degli scienziati a riguardo tra la fantascienza e la realtà. Approfondendo soprattutto il rapporto tra vita artificiale e vita reale, immaginando la fine dell’uomo e cercando di capire il rapporto tra l’uomo vero e l’uomo digitale (che esso sia virtuale o fisico…), CineLapsus ha deciso che scrivere una semplice recensione non fosse abbastanza e quindi, a cavallo fra una filologia “internautica” e il gonzo journalism già sperimentato oralmente e poi sbobinato sotto forma di sceneggiatura con il Tarantino di The Hateful Eight, ci siamo convinti che potesse essere una buona idea copiare e incollare una chat collettiva, lunga e un po’ stiracchiata nelle ore della tarda mattinata e del primo pomeriggio del 17 giugno, direttamente da Facebook. Chiudendo così, in un certo modo, il cerchio: Internet torna a se stesso tramite se stesso, passando per l’ennesimo film indispensabile di uno degli Autori più grandi di sempre.

(N.S.)

Nicola Settis (11:12): Eccoci.

Nicola Settis ha cambiato il nome della conversazione in: CineLapsus: Lo and BeHold

Marco Romagna (11:24): Allora, innanzitutto direi che è impossibile secondo me, nel parlare di Lo and Behold, non partire dal capitolo centrale, intitolato non a caso “La fine della rete”. Herzog parte dai brillamenti e dalle macchie solari, tempeste in grado di scatenare anche sulla terra blackout e induzioni elettromagnetiche per le quali, già a fine ‘800, era bruciata la carta nei telegrafi. Un simile evento, impossibile da prevedere eppure ciclico e forse inevitabile, porterebbe, o porterà, a una sorta di tabula rasa, nella quale tutti i dati salvati elettronicamente andranno probabilmente persi. Del resto, come raccontato in apertura parlando della primissima trasmissione di dati via Internet, quel “Log in” mai completato a causa di un crash e rimasto il LO del titolo – da cui Lo and Behold, fermati e ammira, presta attenzione, ecco! -, di quella comunicazione rimangono già adesso solo copie cartacee, e la stessa Wikipedia ha addetti pronti a stampare l’intero archivio per salvarlo in caso di problemi. Herzog ha fatto questo film proprio per lasciare una traccia, per parlare ai posteri, per raccontare chi siamo stati e chi siamo nel momento in cui il presente è già passato, la quotidianità ha già ampiamente superato la fantascienza e nessuno può prevedere come si evolveranno ulteriormente le nostre vite robotizzate. Ma tra i dati persi, se e quando accadrà ciò che il capitolo racconta, ci saranno paradossalmente anche tutti i film digitali, compreso appunto Lo and Behold. Herzog non ne parla direttamente, ma lascia che questa amara consapevolezza scorra sotto la superficie del film, sibillina e forse sorniona. Ecco, non ne ho le prove, ma sono quasi sicuro che, al pari dei volontari Wikipedia, Herzog ne abbia fatta stampare almeno una copia in pellicola, una copia che resisterà e che potrà mostrare questi anni a chi verrà dopo, in un mondo che corre molto più di noi. Fra la macchina e l’uomo, Herzog sceglierà sempre e comunque l’uomo.

Nicola Settis (11:37): Il punto è questo: un film come Lo and Behold è proprio NECESSARIO al giorno d’oggi. Non teniamo conto del fatto che è un film di Herzog per un istante, e vediamolo solo per quello che è all’apparenza, umanità dell’autore a parte: è un documentario che porta dati scientifici per supportare quelle paure apparentemente irrazionali che ci attanagliano quotidianamente, quelle che troviamo nelle vignette satiriche, o anche nelle ipocrite hit estive di J-Ax e Fedez o nei video di Greta Menchi, insomma la fobia estremamente POP dell’incrociarsi definitivo e angosciante tra vita reale e vita virtuale. Perché razionalmente si potrebbe dire che la vita virtuale è solo una parte della vita reale, ma a vedere i nostri stessi cervelli e la maniera in cui sono influenzati dalla digitalizzazione di massa dei mezzi, sembra assurdo pensare che siano due cose che si incrociano a volte. 11 Minuti di Skolimowski, sotto certi punti di vista, parla di questa digitalizzazione paranoica del mondo circostante, con la realtà che diventa fatta di pixel; o anche la musica dei Death Grips che hanno trasformato internet nel loro palcoscenico, distruggendo la loro identità o accettando il fatto di essere diventati digitalizzazioni di sé stessi negli occhi di un pubblico altrettanto virtuale e privo d’identità. Herzog razionalizza queste paure, le trasforma in FATTI. E sì, è vero quello che dice Marco, Herzog preferirà sempre l’uomo alla macchina, anche in un film come questo che è, tra i suoi, probabilmente quello più fatto di macchine e meno di uomini (relativamente…); ma questo è un film che probabilmente andrebbe proiettato nelle scuole (magari nelle LIM, le lavagne elettroniche, tanto per rendere l’esperienza definitivamente digitalizzata) per illustrare questa meraviglia, questa paura apocalittica, questa desensibilizzazione di massa. “L’internet può sognare sé stesso?” Herzog pone questa domanda per dare una nota poetica alla questione di fondo, che ha i suoi lati oscuri, i suoi angoli cupi. C’è il sogno, la meraviglia, quel qualcosa di irreperibile e irraggiungibile che può trasformare questa connessione tra vita reale e vita virtuale in un qualcosa di ammirabile, meraviglioso. L’uomo si aliena come se fosse allontanato dalla propria essenza generica, e qui non è, come in Marx, il lavoro a renderlo uomo, ma l’intangibile connessione internet, che lo definisce perché gli dà la vita (quella virtuale, almeno) e lo uccide. E se lo uccide è perché la vita virtuale è un’illusione, è una non-vita – non è imperativa la necessità di guadagnare coscienza di sé per liberarsene, ma si è schiavi di questo scambio di vite. Non sarà il miglior film di Herzog, ma è il film più importante che potesse far uscire in anni così bui e strani, e quindi automaticamente, se mi passate la parentesi personale, automaticamente uno di quelli a cui guardo con più ammirazione, meraviglia e soprattutto spavento – un film che intendo rivedere e rivedere, scoprendolo e riscoprendolo sempre di più, come bisogna fare con tutti i massimi capolavori dell’autore bavarese.

Marco Romagna (11:45): Sul fatto che non sia il migliore non sono in realtà molto sicuro, e comunque è impossibile dirlo nella sua filmografia sterminata e sublime. Certo, capisco e condivido la passione sterminata per i pozzi in fiamme di Apocalisse nel deserto come quella per le pitture rupestri di Cave of forgotten dreams, del quale questo film è in un certo senso una sorta di controcampo spostato in avanti di qualche migliaio di anni. Si tratta sempre di una traccia, di un passaggio, di una tensione alla memoria. Ma Lo and Behold, al di là dell’interesse e della necessità di lasciare una traccia, ha al pari dei massimi capolavori di Herzog una complessità decisamente fuori dal comune fra storia e incertezza di un futuro sempre più in corsa: è un film oscuro e per molti versi preoccupato e sofferente, e riesce soprattutto a grondare un’umanità sconfinata e sterminata degna di Kaspar Hauser. Basti pensare alla granitica etica di un Herzog che si rifiuta di mostrare immagini anche da viva della ragazza morta in un incidente e poi sbeffeggiata sui social, con tanto di famiglia di lei che paragona internet a un’entità demoniaca, oppure a chi vive al di fuori della contemporaneità perché soffre patologicamente le onde elettromagnetiche in contrapposizione ai monaci tibetani tutti con lo smartphone in mano che vengono deliberatamente presi in giro, oppure ancora a Herzog che, forse ricordando i tempi di La Soufrière e della propria necessità intima e inarrestabile di filmare il vulcano in eruzione, si dichiara disposto a partire con biglietto di sola andata per Marte, sul quale la vita non è ancora possibile ma internet via satellite si. Questo film serve principalmente a rimettere, forse per l’ultima volta, l’uomo al centro, perché i sentimenti non si possono ancora digitalizzare.

Tommaso Martelli (11:54): La straordinaria umanità di Herzog emerge chiaramente in un’altra sua sprezzante battuta, quando nega fermamente che una macchina potrà mai realizzare un film bello quanto i suoi. Poco importa se il futuro smentirà questa sicurezza (forse già messa in dubbio dall’esistenza di programmi in grado di comporre musica in maniera quasi indipendente, come il software chiamato “Emily Howell”), poiché è già dalla rivoluzione copernicana che l’uomo ha perso la sua collocazione privilegiata nell’Universo. I nostri limiti fisici diventano sempre più evidenti, mentre le macchine si stanno dimostrando in grado di superarne moltissimi, per esempio nell’ambito delle situazioni ad alto rischio: un robot, probabilmente, sarebbe stato in grado di impedire il disastro di Fukushima. L’unica cosa che Herzog può fare davanti a questo scenario è continuare ad affermare sé stesso con un orgoglio irrazionale ma vitale, come un Icaro disposto a volare fino al Sole (o in questo caso Marte), anche a costo di bruciare. E forse un ritorno al romanticismo di stampo tedesco è l’unica via rimasta all’umanità: in un mondo sempre più vasto, stratificato, incontrollabile e imprevedibile, la vita non può essere altro che un continuo cercare di travalicare ogni limite, accettando però di essere infine sopraffatti dall’infinito. Nel frattempo, la sfida tanto giocosa quanto decisiva lanciata dall’uomo nei confronti della macchina (o viceversa?), continua ad essere combattuta nei campi più disparati, da quelli da calcio alle scacchiere, e se nel primo campo si auspica di creare una squadra di calcio robotizzata in grado di battere i campioni mondiali, nel secondo i computer, negli ultimi dieci anni, hanno registrato notevoli vittorie contro giocatori di altissimo livello.

Marco Romagna (12:11): Vero, e a proposito di componente ludica, Werner Herzog mostra anche il lato più oscuro di internet. Quando diventa una dipendenza, quando diventa un problema. Ci sono i tossici di porno e giochi online che hanno abbandonato lavoro e famiglia per chiudersi in una stanza a interagire solo con il proprio schermo, ci sono ragazzi asiatici che vivono con il pannolone per poter giocare 30 o 40 ore di fila senza perdere punti per i bisogni fisiologici, ci sono diversi casi di persone morte al computer per la scimmia del gioco. Senza andare a parare, perché nemmeno Herzog lo fa, sui giochi d’azzardo online, che probabilmente meriterebbero un capitolo a parte. Lo and Behold parla della rete ancora prima che del web, dalle trasmissioni televisive anni Settanta che parlavano dell’incredibile possibilità, in un futuro che sembrava lontano, di leggere “addirittura” il giornale su uno schermo a casa ai primi pionieri dell’internautica racchiusi in un elenco telefonico mondiale di poche pagine, da una mano nell’acqua che dà l’idea per il flusso di dati interconnessi alle auto che guidano da sole e in caso di incidente di una sola di loro imparerebbero tutte dall’errore e non lo ripeterebbero mai più. Internet ha applicazioni potenzialmente infinite, e si espande quasi autonomamente, ormai incontrollabile anche nei suoi lati oscuri. Su Internet potenzialmente non esiste privacy e non esiste dignità, c’è solo la comunicazione, l’interconnessione, qualche regola codificata ma anche relativamente semplice da eludere. Basti pensare a Blackhat di Mann, o ancor di più a Zero Days di Gibney che ho rivisto giusto un paio di giorni fa qui al Biografilm: ormai siamo tutti collegati, esistono le cyberguerre, un malware informatico può uccidere le persone, far schiantare aerei, sabotare fino a fare esplodere centrali nucleari. Internet è anche curiosità malata, è anche un virus trojan creato dai governi per monitorare i cittadini, ma è anche la necessità della parlantina e dell’errore umano per, ad esempio, rubare file segretissimi alla Motorola. E si torna ancora all’uomo, si torna a Werner. Questo è un film che non potrebbe essere che di Werner Herzog, personalissimo nell’indagine, nella sempre suadente e meravigliosa voce fuori campo che prende per mano lo spettatore con il suo accento teutonico, nella profonda intimità delle riflessioni e delle modalità. Abbiamo già citato la possibilità di andare su Marte, come pure l’impossibilità per una macchina di fare film belli quanto i suoi, fino all’etica messa, giustamente, al di sopra della narrazione e del mostrare. Herzog, parlando di comunicazione intergalattica, come già fece Wiseman andando nello spazio nel finale di At Berkeley, tende all’infinito, quasi al metafisico, ma lascia sempre qualcuno a ricordare che “anche le scialuppe di salvataggio hanno bisogno di una terra su cui attraccare”. Internet ha per molti versi sostituito il pensiero critico e forse anche la scuola, con studenti dei corsi online risultati nettamente più preparati rispetto a quelli delle università più prestigiose. Viviamo in un futuro che è già passato, in un moto costante del mondo che ormai non è più a misura d’uomo: abbiamo sviluppato macchinari in grado di leggere i flussi emotivi in base all’energia elettromagnetica del cervello che è uguale in qualsiasi lingua noi si pensi, preludio forse alla telepatia, oppure chissà. Internet è una rete che sempre più sta tendendo all’invisibilità, si sta evolvendo in maniera autonoma e imprevedibile ed è quindi impossibile capire cosa potrebbe ancora diventare in futuro. Una rete della quale non possiamo fare a meno, come dei cellulari. O forse no…

Nicola Settis (12:24): Infatti Herzog mostra la comunità in West Virginia che vive lontana da Internet e da ogni sorta di tecnologia a causa di una malattia derivata dalle radiazioni. Le persone si stendono a dormire per terra perché ha una frequenza simile a quella del battito del cuore, oppure dormono nella loro macchina perché funziona come una gabbia di Faraday. Queste persone sono individui paradossali, come “l’eccezione che conferma la regola”, la regola che il digitale si sta prendendo possesso della nostra concezione dei rapporti umani e del progresso; eppure la natura li crea questi individui, che scoppiano a piangere, disperatamente, per la loro impossibilità di avvicinarsi alle loro famiglie, tornare alle origini, avere un contatto umano. È come se il collegamento (“link”) tecnologico, informatico, virtuale creasse e/o impedisse il collegamento vitale, corporeo. Infatti, la parentesi del film maggiormente dedicata all’interazione diretta tra esseri umani pare proprio questa: queste persone di tutte le età si siedono in cerchio, suonano il banjo, canticchiano canzoni country, e sono felici nella loro lontananza ascetica dal resto del mondo. Invece i monaci smanettano sull’iPhone e, sulle note di Elvis Presley, la spiaggia di Chicago è deserta perché tutte le persone sono in casa al computer, presumibilmente, anche se Herzog ci gioca su dicendo che sono tutti andati su Marte. E anche Herzog, appunto, ci andrebbe, forse perché per lui il cinema non è una missione per l’altro quanto per sé stesso, per il gusto di creare la testimonianza, più o meno come quando disse ad un’intervista a Napoli che se il Vesuvio fosse eruttato all’improvviso lui, invece che correre ai ripari (per quanto possa non avere molto senso…), avrebbe preso una cinepresa e avrebbe cominciato a filmare. E qualcosa sarebbe rimasto? Il pixel scompare, l’abbiamo già detto. Del resto alla fine del film, mentre Herzog ci mostra il futuro della rete, la scomparsa delle testimonianze storiche dell’era del digitale per gli storici del futuro e altre tristissime considerazioni, l’ultimissima digressione è dedicata proprio agli uomini e alle donne della comune nella West Virginia, che suonano felici, restano esseri umani e vivono; non sono macchine per questo, perché vivono. Internet non vive, esiste, ma non respira, è invisibile e insensibile.

Tommaso Martelli (12:36): Risulta molto interessante confrontare Il paese del silenzio e dell’oscurità con Lo and Behold proprio in merito alla questione dei rapporti umani: nel primo Herzog sceglie di parlare di umanità attraverso persone sorde e cieche, il cui unico mezzo di comunicazione resta il tatto. Gli uomini sono “compagni di sventura”, che cercano di sopravvivere nella loro comune condizione grazie alla loro vicinanza. Nel “mondo connesso”, al contrario, a venire a mancare è proprio il contatto con l’altro, nonostante la vista e l’udito abbiano permesso una circolazione di informazioni totalmente inaudita. È proprio questa assenza di contatto ad aver alienato l’uomo rispetto alla realtà, e non solo nei casi patologici presentati nel capitolo sopracitato. Tornando anche sul rapporto con Wiseman, salta fuori un altro elemento molto affascinante: lo sguardo rivolto verso il futuro. La preoccupazione per lo scorrere del tempo è diventata sempre più marcata negli ultimi film del regista americano, sebbene essi lascino sempre trasparire una fortissima fede nel progresso. Anche Lo and Behold guarda verso il domani, ma l’atteggiamento di Herzog a riguardo è agli antipodi: egli, davanti a questo futuro incontrollabile e totalmente imprevedibile, sembra dimostrare molta paura, forse come mai in tutta la sua filmografia, anzi forse è la prima volta che Herzog ha davvero paura. Questo appare come un film frammentario, quasi umile, che prende molto di più le distanze dalla propria materia rispetto agli altri lavori del regista, probabilmente proprio per l’immensità caotica del soggetto stesso. Ma forse è proprio l’incertezza del regista davanti ad esso a renderlo una delle sue opere più modernamente romantiche, nonché meravigliose.

Marco Romagna (12:47): Beh, su questo non c’è dubbio, siamo davanti a un film importantissimo, quali che siano le potenzialmente infinite letture. L’ennesimo capolavoro – mi prendo tutta la responsabilità per l’uso della “parola da centellinare” – di un autore sublime, in un certo senso impersonificazione del Cinema, un uomo che trasuda immagini, celluloide, racconto, pixel, quel che sia, pur di raccontare e mostrare. Uno che ha sempre inserito elementi documentaristici nella finzione ed elementi di finzione o della più pura poetica nel documentario, rivelando come e più di tutti gli altri quanto sia insulso stabilire un confine. Dal cammello sofferente e moribondo in Anche i nani hanno cominciato da piccoli al set di finzione abbandonato per correre a filmare l’esplosione annunciata del vulcano, dalla poesia data al salto con gli sci ne La grande estasi dell’intagliatore Steiner alle ombre del Nosferatu di Kinski, passando per i fenicotteri rosa di My son, my son, what have ye done? e la presa di posizione contro la pena di morte di Into the Abyss e della seguente serie Death Row, Werner Herzog è da oltre quarant’anni uno dei registi in attività più fondamentali. Che adesso arriva a un’opera definitiva sul tempo, sulla solitudine umana, sull’incertezza, su una società già irriconoscibile e tuttora in ancor più rapida mutazione. Davanti a Herzog, a parte quel Queen of the desert l’anno scorso a Berlino che ho già dimenticato e gli ho già ampiamente perdonato, non possiamo che genufletterci. E sperare che faccia film così lucidi e devastanti ancora per molto tempo. Per Lo and Behold – Reveries of the connected world non possiamo che ringraziarlo. E aspettare di rivederlo molte volte nel corso degli anni.

Nicola Settis, Marco Romagna, Tommaso Martelli
Revisione testo a cura di Giordano Marconi