2 novembre 2018 -

LAIKA (2017)
di Aurel Klimt

Il 3 novembre 1957, a bordo della gloriosa navicella Sputnik II, la cagnolina Laika è il primo essere vivente a essere lanciato nello spazio. È ben nota la sua storia come eroina romantica e simbolo del periodo di predominio sovietico sullo Spazio, un po’ meno come il suo sia stato un sacrificio inutile e programmato, una sorta di mossa pubblicitaria, un lancio preparato ed effettuato in tutta fretta prima che fossero realizzati gli scudi termici per il rientro solo per poter festeggiare il primo essere vivente nello spazio entro il quarantennale della Rivoluzione d’Ottobre, e poco importava della piena consapevolezza dei tecnici che non fosse ancora possibile riportare la cagna viva sulla Terra. Parte da questo Laika, primo lungometraggio con il quale Aurel Klimt, dopo una carriera ultraventennale fra cortometraggi e segmenti di altri lavori, rilancia gli antichi fasti della Repubblica Ceca nella nobile arte dell’animazione a passo uno. Parte da Laika, dalla simpatica e intelligente cagnetta, resistente alle temperature più rigide e alle forze centrifughe più pesanti, e le regala la non-morte e una seconda vita, la sopravvivenza, la famiglia, un intero pianeta sul quale vivere le proprie avventure. Le regala la spensieratezza, la fantasia, l’intelligenza, la parola, la fisicità pelosa delle marionette e le sospensioni dell’incredulità dei musical. Le regala una nuova storia e la possibilità di essere un nuovo simbolo, questa volta contro la tracotanza dell’uomo che vuole plasmare e sfruttare a suo piacimento la natura.
Dalle campagne intorno a Mosca in cui viene accalappiata mentre sta cercando di portare un osso ai suoi cuccioli ai duri allenamenti di simulazioni di volo e di prove da sforzo, dal sostanziale «tradimento» durante il lancio nascondendo con sé i piccoli e salvandosi fino al nuovo pianeta su cui convivere in pace al ritorno dell’uomo e della sua belligerante invadenza, Laika è il centro, è l’eroina, è la combattente. Il suo arrivo in orbita con buone funzioni vitali era stato per l’Unione Sovietica un nuovo e chiaro messaggio per gli Stati Uniti: dopo essere stati, nel corso del mese precedente, i primi a riuscire a mandare in orbita il primo satellite con il lancio di Sputnik, ora i Sovietici si prendevano la primogenitura anche del primo essere vivente orbitante, prenotandosi già per essere i primi anche a riuscire a lanciare nello Spazio un uomo (sarà nel ’61 Jurij Gagarin il primo cosmonauta) e al contempo ricordando all’occidente che, con il loro netto vantaggio tecnologico, sarebbe stato semplice portare in orbita anche un ordigno nucleare. Ma a Laika questo interessa relativamente, se non come metafora: il punto non è la Guerra Fredda, non è prendere le parti di uno o dell’altro schieramento. Il punto è esattamente al contrario quello di averne per tutti e due, per il sovietico a culo nudo nello spazio e per l’americano la cui unica preoccupazione è avere un barbecue abbastanza grande, con ironia anche urticante e con un ben preciso spirito ambientalista e pacifista che rimette al centro il mondo, la natura, gli animali, e non più solo l’uomo, unico vero parassita di ὕβϱις e di inciviltà. Non è il singolo che conta, ma è la comunità, è saper convivere e collaborare insieme per il bene comune. Così come il pianeta non è terra di conquista, ma è il luogo «che appartiene agli animali», in cui ripartire insieme con una nuova società basata proprio sulle differenze. Nella seconda vita degli animali che la realtà ha spedito per la vanità degli umani a morire nello Spazio c’è una ben precisa metafora politica di altruismo, di collaborazione, di internazionalismo. In pace, ma anche e soprattutto nel momento in cui bisogna combattere insieme per riottenerla.

Lontana dal surrealismo di Jan Švankmajer, l’animazione di Klimt guarda piuttosto a Karel Zeman, a Bretislav Pojar, e ancor più al loro maestro Jiri Trnka, pioniere della stop motion cecoslovacca. Ci sono le esplosioni di colore quando le canzoni diventano videoclip, ci sono il freddo della Russia e la freddezza delle armi umane contrapposte alle pigmentazioni accese del pianeta lontano su cui si ritrovano gli animali, ci sono inserti che sorridono per pochi istanti a tecniche differenti animando tradizionalmente tratti netti e spigolosi, e poi ci sono i peli mossi dal vento durante le corse a perdifiato dei cani. Alla straordinaria fluidità dei movimenti dei pupazzi protagonisti si aggiunge un controllo pressoché totale dei movimenti di macchina, dei cambi di ottica, di un costante simulare carrelli e dolly mentre si lavora fotogramma per fotogramma sulle miniature. E, pur vedendo nella seconda parte un leggero abbassarsi della qualità per difficoltà probabilmente dovute ai limiti di un budget non certo faraonico, è curioso notare come, a livello puramente tecnico, gli otto anni di paziente lavoro di Laika sembrino, a quasi parità di soggetti, battere o per lo meno giocare totalmente alla pari con i fondi infinitamente più cospicui avuti a disposizione da Wes Anderson per il suo L’isola dei cani, simile per “cast” e uscito praticamente in contemporanea quasi a offuscare il lavoro di Klimt che solo ora, a quasi un anno dall’uscita nelle sale ceche, grazie al Trieste Science+Fiction Festival 2018 riesce a giungere per la prima volta in Italia.
Del resto, parlando della seconda parte, non è solo la qualità tecnica a perdere quota e guizzi. Anche la narrazione, strabiliante negli iniziali inseguimenti per tentare di portare cibo ai cuccioli, nell’intervento degli accalappiacani, nei duri allenamenti e test a cui Laika è stata costretta, nella sua profonda intelligenza fra evasioni e riprese di controllo e nel suo sbarco sul lontano e sconosciuto pianeta seguita a ruota dalle altre forme animali che l’uomo ha frettolosamente lanciato da Baikonur e da Houston solo per non rimanere indietro, dopo l’arrivo sul corpo celeste dei due cosmonauti umani tende ad adagiarsi sui sentieri di un prevedibile non del tutto scevro da qualche pennellata di retorica, declinando la sua tesi forse più morale che prettamente politica in uno scorrere un po’ schematico di botte e risposte fra gli animali “buoni” e l’uomo “cattivo”. Da una parte chi convive pacificamente, dall’altra chi vuole continuare a sfruttare gli altri prima seminando zizzania, cercando di rompere il benessere e la fiducia, e poi attaccando direttamente; da una parte chi semplicemente vuole vivere nella reciproca accettazione e collaborazione, dall’altra chi arriva su un pianeta e subito vede una colonia; da una parte chi ha dalla sua solo l’istinto di sopravvivenza e l’intelligenza, e dall’altra chi ha le armi e in nome delle armi dimentica la Guerra Fredda sulla Terra per iniziare, russi e americani insieme contro la natura, una “guerra fredda” sul pianeta a colpi di fucili (rag)gelanti. Sarebbe però profondamente ingeneroso, di fronte a qualche limite, ritrovarsi a dimenticare i grandi pregi non solo tecnici di Laika. Basterebbe la sequenza della centrifuga, basterebbe quella in cui Laika riesce a sfruttare i congegni inseriti nella sua gabbia per prendere per il naso i professoroni dell’agenzia spaziale, basterebbero gli animali di fantasia sul pianeta di fantasia. Basterebbero gli occhi, la profondità degli sguardi dei pupazzi, per ritrovarsi a sostenere un film consapevole, prezioso, accorato, profondamente tenero. Un’avventura in musica, dove ogni singolo fotogramma è parte di una danza, frutto di un lavoro lungo e collettivo, di una passione condivisa, di un lavoro di gruppo. Proprio come quella società giusta che bisogna lottare per creare e per continuare a difendere.

Marco Romagna

“Lajka” (2016)
Animation, Musical, Sci-Fi | Czech Republic
Regista Aurel Klimt
Sceneggiatori Aurel Klimt, Martin Velísek
Attori principali Helena Dvoráková, Petr Ctvrtnícek, Karel Zima, Jan Vondrácek
IMDb Rating N/A

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