1 Maggio 2017 -

LA FARFALLA SUL MIRINO (1967)
di Seijun Suzuki

È curiosa, la vita della farfalla. È la lunga attesa del bruco, è la sua lunga illusione: è una vita di un solo giorno, è una bellezza che dura il tempo di un istante. È una vita che nasce e già vuol dire morte, pronta a volare via, o a posarsi nel momento sbagliato. Magari su un mirino, su ciò che rende il confine fra vita e morte ancora più breve, ancora più labile, ancora più etereo. La morte è un’ossessione, la morte è un battito d’ali, la morte è un lavoro. La morte è una guerra di nervi, una lotta quotidiana, una mano che non deve mai tremare, una pulsione e forse una necessità, quella che spinge la misteriosa Misako a circondarsi di farfalle morte, quella che obbliga i killer classificati nel ranking yakuza e non commettere mai un errore, pena la propria vita.
Quando, nel 1967, Seijun Suzuki firmò La farfalla sul mirino, capolavoro imprescindibile fra gli imprescindibili, film-simbolo della new wave giapponese nelle sue ellissi, nel suo surrealismo acido, nelle sue avanguardie visive e narrative che prendono le mosse dalla più radicata tradizione del teatro kabuki, nella sua ribellione libera e anarchica contro l’industria cinematografica del tempo e la società tutta, nessuno o quasi capì la straordinarietà del film, che anzi venne accusato di essere “incomprensibile e senza alcun profitto”, tanto da spingere la Nikkatsu, casa produttrice, a licenziare in tronco Suzuki, impedendogli di tornare dietro alla macchina da presa per più di dieci anni. Il cerchio, in un certo senso, si chiuse solo nel 2001, a Venezia, quando il geniale regista scomparso lo scorso 13 febbraio portò in dote, prodotto ancora una volta dalla Nikkatsu, Pistol Opera, che più che un seguito è una nuova versione ancora più estrema delLa farfalla sul mirino, nel frattempo riabilitato dalla critica di tutto il mondo fino ad assurgere, tardivamente, ma meglio tardi che mai, a film di assoluto culto, influenza fondamentale per tanto cinema venuto dopo da John Woo a Park Chan-wook, da Jim Jarmusch a Quentin Tarantino.

La farfalla sul mirino, pronto a deflagrare ancora, a 50 anni dalla sua realizzazione, sullo schermo gigante del Teatro Nuovo Giovanni da Udine in occasione del 19mo Far East Film Festival, è sempre stato un film maledetto, prima ingiustamente stroncato, poi mutilato dalla censura nelle sue scene di sesso e di nudo. Ora, grazie all’eccezionale restauro effettuato dalla Criterion, torna al suo splendore originale, torna al suo bianco e nero straordinariamente luminoso anche nelle zone più (o)scure, torna al suo audio stridente, straniante, dilaniante. Torna alla sua furia iconoclasta che tutto distrugge e destruttura, torna alla sua lucida follia eretica di corpi e di sudore, torna alla sua urgenza artistica e politica, la stessa che in quegli anni portavano sugli schermi i grandi maestri della Nuberu Bagu Shohei Imamura, Nagisa Oshima, Koji Wakamatsu, Masao Adachi.
La farfalla sul mirino sono audaci camera car, sono frammenti, omicidi, sesso, seduzioni, suggestioni, salti, ripetizioni, scavalcamenti, movimenti di macchina a mano. Ma soprattutto, con la stessa veemenza del Godard di Fino all’ultimo respiro, sono stilemi ribaltati e messi in ridicolo, esasperando gli stereotipi del cinema di genere fino alla parodia, come nel caso del personaggio protagonista, il killer numero 3 Goro Hanada, e nel suo rapporto con il riso come feticismo, forse l’unica possibile eccitazione per un vero cittadino nipponico nel profumo del suo bollore, variazione acida sul tema dell’“Agitato, non mescolato” che ancora oggi firma in calce ogni 007. Come pure è un ribaltamento il ruolo della femme fatale, donna sì da amare e da uccidere, ma mai come questa volta, negli occhi glaciali di Misako, ossessionata dal sogno di morire. E del resto, la stessa classificazione dall’alto dei killer yakuza nient’altro è che un ribaltamento del cinema di genere, nel quale ogni personaggio dovrebbe lottare per primeggiare. Hanada è un assoluto professionista dell’omicidio, da anni sul podio del ranking yakuza per la sua affidabilità, ma non può aspirare al vertice, occupato dal leggendario Killer n.1 “Il fantasma”. Fino a quando, in un caleidoscopio di inganni e desiderio, il boss Michihiko Yabuhara non contatterà Hanada, seducendogli nel frattempo la lussuriosa moglie Mami, per scortare un misterioso uomo fino a Nagano. Accompagnato dall’ex-killer alcoolizzato e riciclato tassista Kasuga, Hanada finirà per cadere in un’imboscata nella quale ucciderà i killer numero 2 e numero 4, per poi portare il proprio cliente – che in seguito si scoprirà essere proprio il Fantasma – in salvo e scappare via, in decappottabile sotto una pioggia torrenziale, con la misteriosa Misako.

Il motivo che scatena la pioggia di omicidi è un contrabbando di diamanti andato male, ma non è questo a interessare Seijun Suzuki, non è il “cosa”, ma il “come”. Il percorso compiuto da La farfalla sul mirino scarta da qualsiasi precedente film di genere compresi i tanti titoli, sempre più surreali, firmati proprio da Suzuki nel corso degli anni Nikkatsu, concentrandosi non sugli eventi ma sulle ossessioni e sulle suggestioni dei protagonisti, concentrandosi sullo stile ellittico e frammentario pronto a sballonzolare il pubblico nei tempi e nei luoghi quasi trent’anni prima dell’“istituzionalizzazione” compiuta dal Tarantino di Pulp Fiction, concentrandosi su una fotografia ben al di là del noir e sulle inquadrature audaci ai limiti dell’anarchia, fra scavalcamenti di campo, buchi della serratura e sguardi in macchina. Non avrebbe senso soffermarsi su tutti i frammenti che, nel suo gorgogliante stile ellittico, La farfalla sul mirino mette in scena. È un calderone di ossessioni, di killer che forse non sanno più uccidere, di sesso e di morte, di alcool e di regole, di palloncini e di pistole, in una messa in scena e in un montaggio liberi, eretici, assurdi. Folli, come il cinema le cui bobine continuano a girare, casuali, come una farfalla che si posa sul mirino proprio in quel brevissimo lasso di tempo, meno di un secondo, concesso dall’omicidio più audace mai accettato. È l’errore, e gli errori si pagano: si è fuori dal ranking, e forse dalla possibilità di vivere ancora.
Adesso Hanada è un bersaglio, non più un killer, e a sparare può essere anche l’unica persona di cui ci si fida, la propria moglie traditrice, spartita fra il riso sul fuoco per il marito e i doppi giochi del boss. O forse può essere Misako, con le sue farfalle, con la sua richiesta di un omicidio impossibile e la sua ossessione per la morte, con la sua bruciante freddezza, con i suoi seducenti, e sedotti, rifiuti. È un desiderio che diventa amore, è il punto debole, è la mano che trema, è l’addio lasciandola viva, ma anche alla mercé del Fantasma, il killer numero 1, colui che non uccide quando sarebbe facile ma perseguita, instilla la guerra dei nervi, porta il proprio avversario all’esasperazione. Anche con il (meta)cinema, quando il 4/3 che fa capolino nel cinemascope. Sparare, o forse girare. 

Perché La farfalla sul mirino sono anche ombre, proiezioni, Misako che appare sullo schermo, legata e forse moribonda, le fiamme che la avvolgono come una strega. È cinema nel cinema, con cui provare a interagire, parlare, dichiarare quando è troppo tardi quel desiderio diventato amore, (rim)pianto, lacrime, vendetta anche trasversale; tutto, del resto, è una messa in scena, il sentimento, l’omicidio, la vita stessa. Continuano a girare le bobine, ed è la minaccia: “domani 5 uomini ti aspetteranno, l’organizzazione non può più lasciarti vivere”. Ma cinque uomini non bastano, perché il killer numero 3 è superiore, è più intelligente, ha più voglia di vivere. Serve che si presenti direttamente il Fantasma, il primo uomo scortato, l’infallibile killer che ora gioca a carte scoperte, assedia e non colpisce alle spalle. La paura, nella messa in scena di Suzuki, è in negativo, perché il killer potrebbe essere ovunque, ovunque il suo mirino, ma è solo questione di un istante, è solo una fase di una guerra psicologica appena agli inizi. È una lotta contro il sonno e contro la fame, fino all’entrata del Fantasma, fino allo stallo alla messicana inquadrato nelle bobine. Per uccidersi, quando c’è rispetto reciproco, bisogna prima studiarsi, bisogna vivere insieme, bisogna lasciare le pistole sul tavolo. E soprattutto, se si vuole essere il numero 1, bisogna imparare a dormire con gli occhi aperti, bisogna essere disposti a urinarsi addosso senza nemmeno porsi il problema, bisogna essere capaci a eliminare ogni residuo di umanità.
Perché l’umanità è il massimo limite per un killer, è un vizio che non ci si può permettere, e in questo assioma Suzuki chiude tutta quella che è la sua critica a un intero mondo e a un intero mondo-cinema. È il tempo della sfida finale, della resa dei conti, è il tempo che il Fantasma, come ogni fantasma che si rispetti, sparisca ancora, lasciando Hanada libero, e che sia ancora il cinema a cambiare la storia, con la rivelazione in 16mm che Misako è ancora viva, con la precisa richiesta di presentarsi in una palestra per l’atto finale, con la vita della donna amata e con l’onore in palio. L’appuntamento è con l’ultima sparatoria, con l’illusione di essere diventato il numero 1, con il tragico ultimo errore. E con un cumulo di cadaveri come ultimo possibile atto della parabola, farfalle che hanno finito il loro giorno, volando nei loro colori e nella loro bellezza, perfettamente consapevoli di come questa loro bellezza, prima o poi, dovesse necessariamente essere anche la loro morte.

Marco Romagna

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“Branded to Kill” (1967)
91 min | Action, Crime, Drama | Japan
Regista Seijun Suzuki
Sceneggiatori Hachiro Guryu
Attori principali Jô Shishido, Kôji Nanbara, Isao Tamagawa, Annu Mari
IMDb Rating 7.4

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