7 Agosto 2015 -

LA BELLE SAISON (2015)
di Catherine Corsini

I principali rischi che un film dedicato a tematiche LGBT può riscontrare al giorno d’oggi sono immediatamente riconoscibili: rimanere freddamente legati al lato sociologico della faccenda non è consigliabile, come non lo è viaggiare sulle pedanti rotaie del moralismo. C’è poi chi ha provato con più o meno successo a trattare storie d’amore omosessuali senza bisogno di ricorrere ad un’esplicitazione scenica dell’omofobia o dei problemi sociali che da essa fuoriescono, con come esempio più celebre la Palma d’Oro a Cannes 2013 La vita di Adele – Capitoli 1 & 2 di Abdellatif Kechiche, un film che mostra la vita e la routine di una giovane omosessuale facendo accenno solo in un paio di scene alla discriminazione, trattando la sua relazione con una ragazza, com’è anche ovviamente giusto che sia, come un rapporto normale. Il nono film di Catherine Corsini, La belle saison, riesce a fallire abbondantemente in ogni possibile aspetto della faccenda.

Una storia d’amore lesbica ambientata negli anni ’70 potrebbe essere un soggetto interessante per un film politico, liberatorio, che sfrutti la discussione sul tema al giorno d’oggi per parlare del passato sprigionando l’anarchia rivoluzionaria di un’epoca che in essa ha trovato la forza. E infatti il film, prima di dedicarsi alla storia d’amore nella sua totalità, tenta il passo del film politico, ma più che trattare l’omosessualità preferisce raccontare il femminismo dell’epoca, compiendo un errore madornale: trattare le femministe vigorose del passato come la percentuale più becera delle femministe del presente. I movimenti e le proteste mostrate in La belle saison, pur essendo magari ispirati a eventi reali, vengono messi in scena con in mente un desiderio di ribellione più vicina al post su social o allo scherzetto da scuola elementare piuttosto che alla grinta rivoltosa di, per fare un esempio notevole che riguarda il nostro paese, Fernanda Alene, leader del movimento antifemminista anni ’70 italiano, che in un’intervista nel 2012 ha scritto, riferendosi probabilmente allo stesso spirito che ha portato alla concezione di questo film: «Il femminismo di oggi sbaglia in tutto, secondo me, perché ha preso la strada della lagna». Nelle manifestazioni mostrate, più che desiderio di indipendenza, viene fuori uno scherzoso e baldanzoso senso della lamentela fine a se stessa. Il femminismo al giorno d’oggi ovviamente ha ancora senso, e in determinati contesti è giusto ribellarsi (ricordo i recenti scandali giudiziari sulla ragazza violentata alla Fortezza dal Basso), ma quella che la Corsini mostra è, più che una manifestazione di disagio, un divertissement sul problema – che negli anni ’70 c’era molto più che adesso e veniva trattato in maniera ben diversa. Adesso il maschilismo e la misoginia vengono combattuti anche, spesso e volentieri, con il mezzo di Internet, le cui formule sono, per ragioni palesi, il più delle volte poco efficaci –il che è male. Ed è quel tipo di femminismo, motivato male e messo in atto peggio, che è trasposto nel prologo de La belle saison con nonchalance e senza vergogna. Poi, quando prende piede la storia d’amore tra la protagonista Delphine (interpretata dalla cantante Izia la cui recitazione ricorda molto quella di Adèle Exarchopoulos nel film succitato di Kechiche, dimostrando ancora meglio come l’opera della Corsini sia un vero e proprio figlio abortito del genere) e la sua mentore Carole, con le fattezze di Cécile de France, gli accenni politici scompaiono completamente se non per tornare in momenti poco graditi e/o casuali, giusto per ricordare quanto sono indipendenti queste due figure femminili. Donne che, in realtà, sono spesso mostrate come fragili, vulnerabili, quasi patetiche nel loro disperato e spesso stolto tentativo di dimostrarsi forti e libere. Il montaggio di certo non aiuta la sensazione che il film sia involontariamente omofobo, inserendo controcampi di vacche che pascolano poco dopo le scene d’amore o in generale frapponendo il contesto della vita rurale a quello della vita sessuale con non poche inquadrature imbarazzanti. Due tra le più pacchiane: scena di allattamento di mucca con mammelle bovine in primo piano e seno di una delle due protagoniste in secondo; inquadratura del corteggiatore di Delphine che, in un momento di frustrazione dopo aver capito che il rapporto di lei con Carole supera quello dell’amicizia, frigge salsicce in una sagra campagnola. Con i ritmi lenti e inesorabili di una lenta discesa in un vortice di banalità e carenza di idee, La belle saison nella sua ultima mezz’ora ha moltissimi punti in cui il finale è possibile o addirittura auspicabile, ma decide di concludersi nel momento più sbagliato possibile con fare didascalico e freddo e conclusiva frase in stile Bacio Perugina.

La storia d’amore non dà il tempo per creare romanticismo, la storia di sesso non ha lo spazio necessario per essere una riflessione sul corpo e l’identità politica svanisce nel niente – forse fortunatamente – alle urla di una Cécile de France nuda sul terrazzo che grida “abbasso la società borghese”. E abbasso, più che altro, le competenze (sia tecniche che puramente umane) di chi pensa che si possa infiocchettare così tanto un film praticamente privo di scopo, capace di essere massimamente incoerente sia nel trattare la discriminazione, sia nel trattare i ritmi e la vita del proletariato sia soprattutto nel trattare la Storia.

Nicola Settis

“Summertime” (2015)
105 min | Drama, Romance | France / Belgium
Regista Catherine Corsini
Sceneggiatori Catherine Corsini, Laurette Polmanss
Attori principali Cécile De France, Izïa Higelin, Noémie Lvovsky, Jean-Henri Compère
IMDb Rating 6.5

Articoli correlati

88:88 (2015), di Isiah Medina di Nicola Settis
ENTERTAINMENT (2015), di Rick Alverson di Nicola Settis
PASTORALE CILENTANA (2015), di Mario Martone di Marco Romagna
ATOMICA BIONDA (2017), di David Leitch di Nicola Settis
THE SKY TREMBLES AND THE EARTH IS AFRAID AND THE TWO EYES ARE NOT BROTHERS (2015), di Ben Rivers di Nicola Settis
THE GLORY OF FILMMAKING IN PORTUGAL (2015), di Manuel Mozos di Erik Negro