I DO NOT CARE IF WE GO DOWN IN HISTORY AS BARBARIANS (2018), di Radu Jude

Non gli importava minimamente di passare alla Storia come agitatore di un popolo di barbari. Quello che importava al generale Ion Antonescu, nel marasma bellico del 1941 e soprattutto dopo l’ordigno esploso il 22 ottobre contro l’avamposto militare rumeno di Odessa, era che la Romania al tempo forza occupante in Ucraina come fedele alleata della Germania nazista vendicasse con una rappresaglia il più possibile sanguinaria l’attentato subito. Voleva duecento ebrei trucidati per ogni ufficiale rumeno o tedesco rimasto ucciso nell’attentato, il generale, e ne voleva cento per ogni soldato semplice. Voleva impiccagioni di piazza, «almeno cento ebrei per ogni quartiere», voleva civili sterminati nei ghetti, voleva il ribollire popolare dei sentimenti antisemiti, voleva il sangue, le fiamme, le grida, l’orrore, la pulizia etnica, gli stupri, le deportazioni, l’olocausto, l’anticipo della guerra totale. Voleva, ben oltre una mera complicità, il Massacro di Odessa, atto criminale perpetrato fra il 22 e il 24 novembre dai soldati rumeni e tedeschi e in cui è rimasta uccisa la quali totalità della popolazione ebraica della città oltreconfine. Tanto da chiederlo espressamente anche all’esercito e alla popolazione con l’Ordine esecutivo 302.826, da bruciare immediatamente dopo averne dato lettura apposta per non lasciare prove della colpa, che si chiudeva proprio con quelle atroci parole, «Îmi este indiferent daca în istorie vom intra ca barbari», da cui parte Radu Jude nel suo nuovo, prezioso, lucido e straordinariamente stratificato I do not care if we go down in History as Barbarians, già alla prima mattinata sotto la Mole fra i fiori all’occhiello del 36mo Torino Film Festival che lo ospita nella sezione Onde.
Quelle del dittatore sono parole consegnate al fuoco eppure inconfutabili, ma a volte il tempo, che non sempre è galantuomo, reca con sé anche le nebbie e le rimozioni, le verità di comodo scritte da chi vince e i negazionismi che nella Romania di oggi, nel frattempo ferita dal peggior (non) comunismo di Ceausescu, portano la popolazione a ignorare o sminuire la partecipazione rumena alla shoah, a giustificarla, a fare finta di nulla, a nascondere l’evidenza di essere stati la nazione che, dopo la Germania, ha deportato e ucciso di più. Anche di fronte ai 380mila ebrei e agli 11mila rom accertati come «inconfutabilmente» sterminati dal regime di Antonescu secondo gli studi della commissione guidata dal premio Nobel Elie Wiesel, anche di fronte ai documenti degli storici. Si preferisce identificare il Male assoluto nel blocco sovietico, e si è disposti a insabbiare e a perdonare persino il nazismo pur di andare dalla parte opposta, si è disposti a guardare come eroi anche chi sta perpetrando un’ecatombe, una strage di “nemici” innocenti. Ma il punto di I do not care if we go down in History as Barbarians non è la strage di Odessa. È solo uno dei tanti temi toccati, che acquisisce centralità solo nel momento in cui a Radu Jude serviva un pretesto intorno al quale far ruotare il congegno narrativo. Il punto del film è un altro, e in un continuo e straordinariamente acuto confronto dialettico che va dalla storia al senso del rappresentare, dalla memoria alla filosofia, dalla rimozione storica alla politica internazionale, dalla letteratura alla censura, dal (non) realismo alla rivendicazione assoluta dell’atto artistico, si rivolge (non solo) alla Romania di oggi. Una Romania conformista e destrorsa, in cui si preferisce credere alle agiografie che trasformano il generale Antonescu in eroe ancora in rotazione sulle televisioni, si preferisce rinsaldare ancora oggi il culto della sua persona, e si preferiscono negare il razzismo e l’antisemitismo che da sempre serpeggiano nella società e che – insieme al drammatico spostamento di quasi tutto il mondo verso la destra più populista e xenofoba – stanno in questi anni tornando alla ribalta in tutte le loro più vivide e viscide manifestazioni.

È proprio qui, in questa società, che si inserisce il sapido e politicissimo I do not care if we go down in History as Barbarians, in cui la rievocazione con una rappresentazione di piazza degli eventi storici sul Fronte Occidentale negati diventa l’occasione per un continuo esercizio dialettico e meta-artistico, di straripante livello culturale, in cui la regista dell’evento, evidente alter-ego al femminile dello stesso Jude, è costretta a un continuo e apparentemente eterno combattere per la riuscita e per il senso del suo gesto artistico e politico. Contro i burocrati, fra i quali Movila, un altrettanto preparato, intelligente e provocatorio antagonista governativo che uscendo dai confronti filosofici e parlando di «discrezione» tenta sempre più apertamente di censurarla, contro le chiusure e le tattiche “ignoranze” del popolo, contro i suoi stessi attori non professionisti che del popolo fanno parte, e in un certo modo anche contro se stessa, contro il suo corpo, indecisa se tenere o meno quel frutto di un triangolo amoroso in cui forse non è casuale che il fedifrago pilota d’aereo sia, appunto, un uomo in divisa. Ma andiamo per ordine, torniamo all’inizio. Al magnifico incipit, smaccatamente brechtiano, in cui la macchina da presa scorre fluida per i corridoi del set/museo/archivio che diventerà quartier generale per le prove dello spettacolo/rievocazione/evento messo in scena di lì a poco nella meta-finzione. In un magnifico 35mm fisico e granuloso come quella Storia ormai polverosa nei libri e nei ricordi che verrà riportata in auge e che più avanti, solo durante la rappresentazione, sarà intelligentemente contrapposto al digitale televisivo, omogeneo oltre i limiti dello spalmato e quindi superficiale come una percezione popolare che ha ormai evidentemente perso i contorni, si staglia di fronte all’obiettivo Ioana Iacob, l’unico sguardo in macchina e la sicurezza di chi sa di essere quasi pronta per entrare nella parte. Si presenta al pubblico, dichiara da subito il suo ruolo di attrice che interpreterà la regista, e da questo momento non sarà più Ioana Iacob, ma sempre Mariana, l’artista, l’intellettuale, la combattente, la donna forte e indipendente, nel cui ruolo si immergerà con tutto il suo fascino sbarazzino, con ogni centimetro del suo corpo, con ogni cellula. Dall’istante stesso in cui distoglie lo sguardo dall’obiettivo dando in un certo senso inizio alla finzione, l’attrice potrà tornare se stessa, Ioana, solo nel momento in cui sarà terminata la meta-rappresentazione e quindi la ben precisa missione storica e politica dell’atto artistico. E sarà la sua uscita dal personaggio, che sta tutta nel semplice e naturalissimo girarsi quando qualcuno la chiama Ioana, il suo nome nella vita al di fuori dello schermo, a decretare in un qualche modo il ritorno alla realtà anche per gli spettatori, di fronte ai quali inizieranno a scorrere i titoli di coda.
Quello messo in scena da Mariana, ironicamente definita «Leni Riefenstahl» quando i confronti giungono sull’orlo dello sfociare in litigi, è uno spettacolo che utilizza la rievocazione storica per puntare dritto alla coscienza degli astanti, è un ben preciso impegno politico e formativo di riscoperta della Storia. Non vuole il realismo assoluto, anche perché il realismo della guerra è atroce, è la morte, sono le esplosioni e le torture, è l’odio, sono (stati) i tedeschi costretti a fermare la furia rumena contro gli ebrei, e nel caso di questo lavoro di Radu Jude, che a relativamente breve distanza dai puramente storici Aferim! e Scarred Hearts con in mezzo il linguaggio delle fotografie albuminate di The Dead Nation decide questa volta di ragionare sulla Storia del suo Paese e sulle sue implicazioni nell’oggi rimanendo ancorato alla contemporaneità, avrebbero probabilmente portato non solo a costi troppo elevati, ma anche a una spettacolarizzazione della violenza che avrebbe in un certo senso contraddetto tutto il progetto. Perché non bisogna mettere in scena tanto «Hemingway con la barba e il bicchiere», ma «la sua poesia», ovvero l’idea, il simbolo, il concetto di cui rendersi conto per riviverlo e in questo caso rifiutarlo. Anzi, è proprio nello smaccatamente “finto” del teatro di piazza che l’anonimo spettacolo al centro di I do not care if we go down in History as Barbarians e di conseguenza il film di Radu Jude, nelle loro esplosioni (di luce e suono), riescono a giungere alla coscienza più intima della rappresentazione, al senso più profondo della rievocazione storica come coscienza, memoria, trauma, orrore, ma soprattutto riflessione sugli eventi e sulle loro specularità con la contemporaneità.

Perfettamente consapevole che, come già decretato da Marx a perfezionare con la seconda parte un pensiero già di Hegel, ogni grande evento storico si verifica due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa, la magnifica scrittura di Radu Jude, autore sempre più indispensabile in quella Nouvelle Vague che già da diversi anni ha portato il cinema rumeno agli assoluti vertici mondiali, fa combattere la sua proiezione femminile Mariana contro ogni tipo di ostacolo artistico e burocratico, continuando continuamente a confutare ogni sua idea, a immergerla nel confronto e nella sfida dialettica, e così facendo a rinforzarla, permeandola di dubbi (anche personali e affettivi, e quindi esistenziali) e di risposte. Fra i suoi filmati d’archivio che scorrono nelle moviole e il continuo dietro le quinte è impossibile non pensarlo come a una sorta di Effetto Notte di parole e di censure, di prove e di precisazioni, di litigi e di combattimenti, di astrazioni e di libertà dell’atto artistico, in cui è la visione dell’autore – e di nessun altro – quella che deve essere portata sulla piazza e sullo schermo. Vengono citati letterati, pensatori, sopravvissuti, storici, cineasti e romanzieri, nei ripetuti confronti, dalla filosofia apolide di Hannah Arendt alla necessità di ribaltare l’operazione (da sempre discutibile per etica nel trasformare un convinto nazista in salvifico eroe) di uno Schindler’s list, dalle testimonianze di Elie Wiesel ai fondamentali pensieri sulla filosofia del linguaggio di Wittgenstein, mentre Mariana prosegue fra le mille vicissitudini nella creazione del suo atto artistico come si procede nella gestazione di un feto, in attesa della nascita di un qualcosa destinato a crescere e, si spera, evolversi nelle coscienze di chi vi assiste. Legge intere pagine di letteratura ad astanti che non provano nemmeno a capirle, pensa, ragiona, crea, litiga per portare avanti le sue idee, e nel frattempo vive una costante rimessa in discussione di ogni sua certezza, trovando nella sfida dialettica e dialogica, ultimo baluardo del marxismo, non solo la ragione, ma anche l’approccio analitico e le soluzioni alle varie problematiche.
E a essere rimesso in discussione è, ovviamente, anche la natura stessa del suo lavoro, il senso della sua rappresentazione. Anche avere memoria e coscienza dei massacri del passato, come le ricorda Movila finendo provocatoriamente a teorizzare una sorta di hit parade degli eccidi secondo la quale solo gli stermini “famosi” e sui quali si decide di puntare i riflettori – come quello nazista e non come quello, ad esempio, perpetrato in Cina ai tempi della dinastia Ming e ormai totalmente rimosso nella memoria collettiva – finiscono per essere ricordati e condannati, non equivale automaticamente a una reale coscienza, a una reale presa di distanza, all’auspicato “mai più”. Anzi, ben dopo l’orrore del nazismo gli orrori hanno continuato a susseguirsi pressoché identici nella violenza, limitandosi a spostarsi in Siria, nei Paesi arabi, in Sudamerica, e a ben vedere anche le stesse esplosioni nucleari su Hiroshima e Nagasaki nient’altro sono stati che crimini di guerra contro la popolazione civile che, nella versione occidentale della Storia scritta da chi ha vinto e generalmente accettata, non sono mai stati considerati tali. D’altra parte, se riflettere sulla Storia non la può cambiare né può avere la certezza di cambiare il presente, forse mette per lo meno un qualche dubbio a chi si sente senza peccato, ed è in questa direzione che, superando ogni ostacolo e ogni tentativo di censurare o per lo meno edulcorare la sua messa in scena, continua a procedere la strada di Mariana, mentre quella di Radu Jude, reale deus ex machina con il controllo delle finzioni e della “realtà” fittizia che sta incontro alla rappresentazione, procede sempre più decisa verso il suo bersaglio: la Romania di oggi. Perché è forse proprio il momento della recita il vero cuore di I do not care if we go down in History as Barbarians, quello in cui l’asse si sposta dalla teoria alla messa in pratica, scatenando le reazioni più spiazzanti, ciniche e quasi beffarde nell’applauso alle parole più atroci di Antonescu e alle sue leggi razziali. La gioia popolare di fronte al momento in cui gli ebrei, non esseri umani innocenti ma “nemici della patria”, vengono bruciati vivi, è in un certo senso il fallimento almeno parziale delle intenzioni di Mariana, il ribaltare la sua volontà di sbattere la realtà in faccia a chi ha deciso di rimuoverla. Ma è anche il contestualizzarsi, anche tramite l’inganno, anche tramite gli accordi con la censura per poi fare comunque di testa propria, del momento artistico, del gesto. Il suo progetto è andato a sbattere contro un muro di gomma, fra gli applausi di chi non lo vuole capire ma rimane alla sua visione pregressa, quella del discorso della vicesindaco che trasforma ancora un criminale di guerra in eroe parlando, senza nemmeno rendersi conto dell’assurdità di ciò che dice, della sofferenza dei soldati e delle guerre giuste perché oggi sia possibile mangiare un gelato. Ma il suo atto artistico e politico, scritto e messo in scena per il cinema da Radu Jude e quindi “finto” a differenza dei “veri” documenti bruciati, è un qualcosa che rimane e rimarrà. Una missione compiuta, dopo la quale Ioana può abbandonare i panni di regista e tornare se stessa. Ancora più consapevole di aver fatto la cosa giusta.

Marco Romagna