HOLIDAY (2023), di Edoardo Gabbriellini

«So tired of fearing, so tired of dark
So tired of fearing, so tired of dark
Send me an angel, save me
Send me an angel, save me
I wanna have a good day today
I wanna have a good day today
I wanna have a good day today
Good day today»
David Lynch – Good Day Today

Romanzo di formazione, noir, thriller processuale, aperta critica al giustizialismo social e alla petulanza dei media, cartina di tornasole di almeno due generazioni che inevitabilmente si scontrano nelle proprie differenti immaturità, e nel frattempo acuta e stratificata riflessione sull’amicizia, sul desiderio, sulle aspettative, sul morboso, sui discorsi alle spalle, sulla perdita della verginità, sui rapporti fra differenti classi sociali. Ma anche film che ragiona sul tempo, sulla discrepanza, sul dubbio, sul depistaggio, sull’enigmaticità, sulla colpa (reale, presunta, sentita, non sentita, espiata, eccessiva, insufficiente), sulla relatività della (o delle) verità, sulla convinzione (giusta o errata che sia) e sulla aperta (costruzione della) menzogna, sull’ambiguità delle immagini e sul ruolo degli schermi che le racchiudono. Su un intimo senso di conflitto, interiore e con il resto del mondo, morale e sociale, tanto forte e stratificato che progressivamente quasi non conta quasi più che cosa sia realmente successo quella notte di due anni prima, non conta quasi più chi sia realmente l’omicida e con quale movente, non conta più se la protagonista sia effettivamente colpevole o effettivamente innocente: conta solo trovare in qualche modo la strada per uscirne, per superare l’accaduto, per dribblarne i fantasmi e poter finalmente ricominciare. È per questo che si può prendere da quasi infinite angolazioni Holiday, il terzo lungometraggio di finzione firmato, in vent’anni esatti di carriera come regista, dal sempre più sorprendente Edoardo Gabbriellini. Un film programmaticamente spiazzante sin dal suo folgorante incipit, in cui il ritmo placido e regolare delle onde che accarezzano il litorale di Varazze viene spezzato come uno shock dalle immagini delle telecamere di sorveglianza sull’hotel ormai deserto del titolo e soprattutto dalle foto della scientifica, concentrate sulle numerose ferite da arma da taglio barbaramente inferte dall’assassino ai due amanti, la proprietaria dell’albergo e il marito della sua migliore amica, sorpresi durante un amplesso nella piscina della spa e ora cadaveri inerti nell’acqua rossa del loro sangue. Un doppio omicidio del quale sarà unica (possibile) accusata la allora sedicenne Veronica, figlia ribelle della vittima da tempo in aperto contrasto con una madre egocentrica, altezzosa, punitiva e verbalmente violenta, troppo bella e curata per poter accettare una figlia sciatta e grassottella, e che per tutto il resto del film sarà destinato a rimanere rigorosamente fuori dal campo, impossibile da vedere ma altrettanto impossibile da non immaginare nell’alternarsi dei sospettati, mentre Holiday partirà proprio dal ritorno a casa della figlia appena scagionata (dalla legge, ma non dalla collettività) dopo ventidue mesi di processo per poi articolarsi diacronico intrecciando nel suo presente e nei suoi ricordi i tre piani temporali – gli attriti familiari che da qualche tempo prima porteranno inevitabilmente quella notte, le varie testimonianze (reali o immaginate) del dibattimento concluso con l’assoluzione per insufficienza di prove e appunto i primi due giorni del ritorno in libertà della protagonista dopo la scarcerazione – che inevitabilmente girano attorno al tragico evento. Anche perché non è “il giallo” il punto di Gabbriellini e del suo film, che sarebbe stato ampiamente meritevole della più prestigiosa vetrina di Venezia e invece, dopo la prima assoluta di Toronto, giunge ora alla 18ma Festa del Cinema di Roma e subito nelle sale con Vision, anche se non si capisce perché come evento per soli tre giorni e si spera che la distribuzione, magari spronata da una qualche pressione del produttore Luca Guadagnino (con cui Holiday, oltre a qualche allele in comune nelle tematiche e nelle ambizioni, condivide anche il montatore storico Walter Fasano) si faccia al contrario nel tempo ben più lunga e capillare. Il genere anzi, per quanto ottimamente maneggiato, è per Gabbriellini semplicemente un mezzo, un sostanziale MacGuffin dal quale partire per mettere in scena in maniera del tutto anticonvenzionale l’adolescenza femminile e la difficoltà di crescere contemporanea, fra smarrimenti e speranze, fra desideri e frustrazioni, fra legami e mancanze, fra doveri e dolori. Fra una canna (magari seguita da qualche striscia di cocaina e da due aitanti giocatori di beach volley olandesi) da (con)dividere con la migliore amica (e che magari qualche fantasia maliziosa e un rapporto fisico e un po’ ambiguo vorrebbero potesse diventare anche qualcosa di più, nonostante il sospetto di qualcuno che sia così tanto amica perché figlia di una cameriera dipendente dei genitori e quindi obbligata dalle circostanze) e una prima volta tanto agognata quanto temuta. Fra una dissertazione in spiaggia su un pompino mai fatto e la vocina canzonatoria delle false compagne non appena ci si allontana da loro, fra la castità come l’onta di chi è stata evidentemente rifiutata e la voglia, anzi il bisogno, di riprendersi due anni di vita (e – perché no? – di sesso) negati nel pieno sbocciare della giovinezza.

Come già accennato, non è più questa volta la nativa Toscana a fare da sfondo all’immaginario del livornese Edoardo Gabbriellini, ma la Riviera Ligure di Ponente. Una striscia di terra, generalmente marginalizzata da un cinema che difficilmente si sposta da Roma, Milano e Napoli, schiacciata fra il mare e i monti per trovare una sintesi fra quella costa spartita tra Marina di Pisa e Livorno su cui nel 2003 l’attore e regista lanciato da Virzì e da Ovosodo aveva ambientato il suo esordio B.B. e il cormorano, e quell’Appennino Tosco-Emiliano che invece nel 2012 era stato in qualche modo vero e proprio co-protagonista, insieme a Valerio Mastandrea, Elio Germano, Gianni Morandi e Valeria Bruni Tedeschi, del suo magnifico Padroni di casa. Ma soprattutto una terra complicata e quindi profondamente simbolica, contraddittoria nel coesistere apparentemente antitetico delle sue due opposte conformazioni, labirintica nel suo dedalo di stradine e di alberghetti sull’Aurelia, disorientante (non certo casuali in questo senso i camera car) nei suoi tornanti che salgono improvvisi dal mare alla campagna. Proprio come complicata, contraddittoria, labirintica e disorientante nelle sue verità possibili e impossibili è la vicenda che Gabbriellini, quasi plasmandola sui luoghi, immagina e mette in scena fra quella spiaggia e quelle alture, in un minuscolo paese dove tutti si conoscono e difficilmente qualcuno riesce a scartare dai propri pregiudizi e farsi i fatti propri; un minuscolo paese dove, per dirla con il De André di Bocca di Rosa, «una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale, come una freccia dall’arco scocca e vola veloce di bocca in bocca». Un paese troppo piccolo perché possa realmente esistere possibilità di redenzione (o più prosaicamente di normalità) dopo essere stati coinvolti in un caso di cronaca nera, nel quale semplicemente non si può allontanare lo stigma sociale da chi ormai, in ogni caso, avrà per sempre e comunque vada la patente di matricida, e magari uno stuolo di famelici giornalisti colpevolisti ancora appollaiati di fronte all’uscio e pronti a ricamare su qualsiasi innocente slancio di vita. Fino a ritrovarsi una persona – si veda la potentissima sequenza della dichiarazione spontanea di Veronica in un tribunale del tutto vuoto, per parole che poco conta se siano o meno immaginarie, conta solo come rimangano ineluttabilmente inascoltate – in sostanza defraudata del suo ruolo di orfana che sta faticosamente superando il dolore del lutto per la morte violenta della madre, per rimanere costretta dai pregiudizi e dalla sfiducia di una società spietata e violenta, anche dopo l’assoluzione, a quello di assassina. Di fatto obbligata a prendere, in un solo giorno di ritrovata libertà, la decisione di andarsene per sempre verso un’altra vita, passando per l’ambiguità di un finale aperto (ma in realtà nemmeno troppo) che rimetterà ancora una volta tutto in discussione nell’ultimo sguardo di intesa fra le amiche e nel tintinnare di un paio di forbici nello zaino che si allontana per sempre dal luogo del delitto. Non è un caso che passino per Instagram e TikTok, le “notizie” che trattano della scarcerazione di Veronica, così come passa dai social la shitstorm che la travolge quando, la prima sera di libertà, andrà subito in discoteca insieme a Giada, l’amica che l’ha scagionata con le sue dichiarazioni. Lo stesso motivo – la centralità sociale delle immagini nonostante l’impossibilità di trovare nelle immagini, così come nelle parole, una verità che non lasci spazio a dubbi residui – per il quale Gabbriellini, nei flashback con cui ripetutamente torna ai giorni precedenti alla tragedia, mette in scena un video-selfie al cellulare delle amiche protagoniste e una loro videochiamata su Skype, per poi immaginare al momento del processo la soggettiva della televisione trascinata in aula per mostrare il girato della scientifica. Elementi fondanti di un film, letteralmente poggiato sulle spalle delle straordinarie esordienti Margherita Corradi e Giorgia Frank assolutamente perfette nella loro spontaneità, fatto di minuscole crepe destinate progressivamente ad allargarsi fino a rivelarsi insanabili fratture, di dichiarazioni in tribunale mai del tutto vere (l’amica Giada che minimizza il suo uso di droga nonostante la «tortura» del pubblico ministero che ne evidenzia le contraddizioni) e di “verità” giudiziarie che hanno sempre almeno un particolare incongruente con la realtà narrata dai flashback. Un film di sospetti indirizzati prima verso l’uno e poi verso l’altro (la principale accusatrice in tribunale che filma le ragazze al cimitero e poi mente apertamente per metterle in cattiva luce tirando uno schiaffo fuori campo e dichiarando invece di averlo preso, ma anche il padre e marito che dice di non essere a conoscenza dei tradimenti da parte della moglie dopo averglieli rinfacciati acido e incazzato nei messaggi vocali) per poi magari scoprire come il loro alibi fosse inattaccabile. Un film di piccole e grandi contrapposizioni fra il presente e il passato, fra la realtà e la dichiarazione giurata, fra l’amicizia e il desiderio, fra l’odio e l’amore, fra il disprezzo e l’affetto, fra l’emancipazione e il lutto. Fra il vero e il falso, in tutte le loro possibili ramificazioni, in tutti i loro possibili strati, in tutte le loro possibili evoluzioni nel corso del tempo, e non certo in ultimo fra la colpevolezza e l’innocenza. Una storia con cui scandagliare tanto la violenza, la frustrazione, la morale distorta e l’angoscia della generazione Z, di quei ventenni di oggi così pericolosamente forgiati dalle immagini in digitale e così pericolosamente soffocati, magari anche in casa, da una società che non accetta imperfezioni, quanto l’inadeguatezza inquietante e colpevole dei loro genitori X e Millennial, giovani adulti altrettanto (o forse ancor di più) legati alle apparenze e forse mai realmente cresciuti, a loro volta smarriti in un mondo fatto di processi celebrati e destinati a concludersi sulla pubblica piazza ben prima che nei tribunali. Un mondo nel quale non può esistere una reale distinzione univoca fra vittime e carnefici, perché nessuno è davvero senza responsabilità e nessuno può dirsi davvero libero. Ci si può però inserire nel solco di questa ambiguità, e da lì fare grande cinema, di dilemmi, di ambiguità, di problematizzazioni, di dialettica. Come ha saputo fare Edoardo Gabbriellini, autore poco prolifico eppure fra i più brillanti e fuori dalle prassi nell’intero orizzonte italiano. L’unico delitto realmente imperdonabile sarebbe continuare a sottovalutarlo. Sperando che non servano altri dieci anni perché qualcuno si convinca a produrre la sua prossima sortita sul grande schermo.

Marco Romagna