16 Agosto 2017 - e

HO CAMMINATO CON UNO ZOMBI (1943)
di Jacques Tourneur

Ci sono proiezioni che smettono di essere semplicemente l’occasione per vedere, o rivedere, un qualcosa di riproducibile. Diventano altro, diventano un evento unico e irripetibile, pronto a mescolare senza soluzione di continuità la pura finzione del film e l’«hic et nunc» della realtà circostante. Si diventa in un certo senso protagonisti di ciò che accade sullo schermo, come se la nostra vita nient’altro fosse che un’estensione di ciò che vediamo, e come se ciò che vediamo intrappolato in 24 fotogrammi al secondo non fosse altro che un’estensione della nostra vita, delle nostre percezioni, delle nostre emozioni. Jacques Tourneur, se fosse ancora vivo, sarebbe felicissimo di quello che è accaduto alla settantesima edizione del Locarno Festival. Non solo per il lavoro insostituibile di Roberto Turigliatto e Rinaldo Censi, che su Tourneur hanno organizzato la retrospettiva principale, completa, comprensiva dei quasi introvabili cortometraggi e squisitamente filologica (a parte un paio di titoli non più disponibili sul formato originale) nella sua pellicola 35 e 16mm, ma anche per il fato, che ha voluto che l’unica proiezione programmata sullo schermo gigante di Piazza Grande, in un certo senso il simbolo stesso della kermesse ticinese, fosse accompagnata da un magnifico, torrenziale, apocalittico temporale estivo. Locarno 2017 è stata la più calda di sempre nei suoi picchi di 38 gradi, ed è stata la più fredda di sempre nel suo minimo di 9, raggiunti proprio durante la proiezione in Piazza, in una seconda serata iniziata ben oltre le 23, di Ho camminato con uno zombi. Mentre il proiettore srotolava la perfetta copia 35mm del film, sparandola con lampade di eccezionale potenza sui 384 metri quadrati dello schermo all’aperto, le montagne circostanti spingevano la perturbazione verso il lago, verso Locarno, verso il Festival. In un costante flicker di fulmini pronti a mescolarsi con il flicker della proiezione in pellicola, con lo schermo pronto di quando in quando a tornare perfettamente bianco, illuminato a giorno insieme ai palazzi, alle sedie e agli ombrelli della piazza, Ho camminato con uno zombi è tornato a vivere in tutto il suo fascino misterico, in tutto il suo misticismo, in tutta la sua messa in scena di assoluta modernità, e soprattutto ha saputo restituire il suo afflato gotico nell’ambientazione altrettanto gotica gentilmente offerta da Locarno stessa. È stata una proiezione miracolosa, nella quale il roboare dei tamburi per le usanze Voodoo haitiane e quello dei tuoni intorno allo schermo hanno mantenuto la stessa intensità fino a confondersi, nella quale le gocce di pioggia, cadute solamente durante l’ora di poco abbondante del film, hanno costretto il pubblico a mettersi al riparo, a cercare quella stessa salvezza che per i personaggi è forse impossibile.

Ho camminato con uno zombi è il secondo tra i tre film horror di Tourneur commissionati dal grande Val Lewton, in una trilogia di importanza storica inequivocabile che ha come primo capitolo Il bacio della pantera (1942) e come parte conclusiva L’uomo leopardo (1943). E se il primo di questi film è il più celebre, capostipite di un’estetica dell’horror classico la cui influenza è probabilmente incommensurabile, mentre il terzo è una maturazione stilistica multiforme, questa sezione centrale del discorso sull’orrore del regista apolide nato a Parigi, discorso che comunque si trovò probabilmente a concludere più tardi con la produzione britannica La notte del demonio (1957) e con la commedia horror Il clan del terrore (1963), è probabilmente il più definitivo e risolutivo dei suoi film, il più espressionista e genuinamente inquietante. Come per gli altri film della coppia Tourneur/Lewton, il titolo fu la prima caratteristica del film a essere discussa, e da lì fu scelta poi la narrazione: un’infermiera canadese, Betsy (interpretata da Frances Dee), viene incaricata di assistere una donna malata di mente con residenza in un’isola dei Caraibi, San Sebastian. Costei è Jessica, la moglie di Paul, ricco direttore di piantagioni di zucchero nella zona e oggetto del desiderio anche del fratello di Paul, Wesley. La malattia di Jessica concerne il suo midollo spinale, che a causa della sua grave malattia è bloccato al punto di renderla incapace di agire secondo la propria forza di volontà. Dei due fratelli, uno dei primi esempi di duplicità che confonde all’interno del genere horror (tema che sarebbe diventato chiave per l’opera omnia di David Lynch, o per certi film di John Carpenter e di David Cronenberg), uno è un ubriacone inaffidabile e l’altro è probabilmente responsabile della follia di Jessica, in un flusso di peccati e di pessimismo a volte difficilmente credibile per un film degli anni ’40, già atto a spingersi oltre i limiti scritti e non scritti della produzione contemporanea, coraggioso e intrepido. La malattia si interseca con la maledizione, e dunque la scienza si mischia con lo spiritualismo, la ragione con l’irrazionalità, finché l’operazione chirurgica non rimane sostituita dal rito tribale. E il rito tribale si collega all’origine del termine “zombi”, termine che prima George A. Romero ha rivoluzionato attraverso capolavori come La notte dei morti viventi (1968) e Dawn of the dead (1978) e che poi è stato privato del suo significato attraverso le varie opere audiovisive post-2000, tra videogiochi, remake, superficiali commedie e nuovi tentativi, tendenzialmente fallimentari, di cambi tonali nel genere. Del resto l’idea di “zombi(e)”, prima che appunto Romero e poi i suoi seguaci e imitatori (tra i quali, in maniera diversificata e versatile, nomi del calibro di Tom Savini, Umberto Lenzi, Lucio Fulci, Claudio Lattanzi, Jesus Franco, Stuart Gordon, Wes Craven, Brian Yuzna, Peter Jackson, Edgar Wright, Jaume Balaguerò) se ne impossessassero tramutandone la vera e propria etimologia in quella di “morto vivente” o “cadavere ambulante”, solitamente inserendovi una sottile critica sociale antiborghese o anticapitalista di sottofondo, significava altro, originariamente. Lo “zombi”, nella tradizione folkloristica bantu e haitiana, era un risultato di una pratica Voodoo secondo la quale parte dell’anima dell’uomo veniva abbandonata e inserita da uno sciamano/sacerdote (il “bokor”) all’interno di una piccola fiasca, lasciando il corpo in uno stato vicino al coma perpetuo o alla necrosi. Quando il “bokor” resuscita la vittima, essa finisce per vivere nuovamente, ma in uno stato parzialmente catatonico, privo di assennatezza, quasi comatoso. Nella cultura haitiana il timore è legato al diventare zombi e non al subire violenza da parte di essi come nella tradizione horror. Lo zombi solitamente è insomma una vittima, e la cultura haitiana affida il compito di carnefice agli schiavisti delle piantagioni di canna da zucchero, proprio come uno dei fratelli protagonisti del film, legando le origini stesse di questa cupa mitologia a un ordine delle cose e dei termini che è già strettamente politico. Ma Tourneur non è interessato, probabilmente, a queste origini storiografiche se non per motivi puramente grafici; per noi, invece, è un contesto necessario per comprendere l’importanza di Ho camminato con uno zombi all’interno del genere horror.

Elegante quanto caotico, espressivo quanto poetico, estraneo e inedito alla media degli spettatori della Hollywood anni ’40, Ho camminato con uno zombi risulta una raffinata e tutt’ora impressionante testimonianza di un cinema che è ormai svanito, muovendosi tra la zona semantica dell’ambiguità e quella della chiarezza con una lente d’ingrandimento sul ritmo tribale e sull’approfondimento etnografico attraverso la comprensione e l'”horror”-izzazione dei rituali, delle superstizioni. Il Male messo in scena, come negli altri film della trilogia di Lewton (e difatti non ne La notte del demonio), è il secondo termine nel discorso di un legame causa-effetto in cui la causa è la natura umana, la necessità dell’uomo di vivere (e di morire) e la sua incapacità di mantenere a bada emozioni e sentimenti. Che sia un B-movie di classe o un’osmosi tra un dipinto di Emil Nolde e uno di August Strindberg nel bel mezzo di un’implosione fantascientifica, poco importa nel momento in cui il film di Tourneur riesce a essere la più lucida e inquietante riflessione sul rapporto vita-morte e natura-decadimento all’interno del genere zombi, e forse addirittura anche del genere horror. È capostipite di una tradizione di cinema dello spavento che troppo spesso pare dimenticare per strada la propria verve esistenzialista, e che, come dimostra la sempre terrificante colonna sonora del film, rimane tra gli aspetti più cupi e profondi dell’intero genere e dell’intera opera del regista. L’esoterismo pagano e i simbolismi della psicanalisi freudiana, principali poli d’interesse di Lewton, sono stati descritti con grandeur in una sceneggiatura co-scritta da Curt Siodmak, fratello minore del regista Robert, autore di La scala a chiocciola (1945), sceneggiatura che Tourneur prende e aumenta d’espressività distorcendo le scenografie e i volti grazie a ombre e smorfie crudeli, fantasmiche. L’ignoto e le regioni più oscure della mente umana non sono fonte di timore per la protagonista Betsy, ennesima eroina lewtoniana alle prese con l’orrore di un mondo da (ri)scoprire, mentre la paura vera è legata al destino individuale. In questa strana, illusoria e allucinante rilettura di Jane Eyre (1847) di Charlotte Brontë, v’è un’esotica e misteriosa suggestione, resa attraverso l’intensità magica e tragica della breve durata del film, onnipresente sin dagli ironici titoli di testa, che recitano la frase «I personaggi e gli eventi rappresentati in quest’opera sono fittizi. Ogni somiglianza con persone vere, siano esse vive, morte o possedute, è assolutamente casuale». L’atmosfera e la suspence non sono legate alla violenza o alla morte, ma solamente all’oscurità, alla costruzione di un mondo attraverso monologhi pessimisti e montaggi alternati, tensione sessuale e musica martellante. Lewton, nel rispondere ai vari “perché?” legati alla produzione dei capolavori horror della RKO che si ritrovava a firmare, rispondeva semplicemente «Death is good», “la morte va bene” – va bene per il cinema, va bene per la rappresentazione visuale, va bene per rivoluzionare il discorso sulla violenza che l’intrattenimento nel cinema deve per forza mettere in scena per rivoluzionarsi e colpire con prepotenza la realtà e i suoi risvolti. Ho camminato con uno zombi rimane, a prescindere, un film di una rilevanza e di un’influenza capitale. Non solo è probabilmente la cosa più vicina a un prologo per la rivoluzione del genere horror messa in atto in particolare dal più volte necessariamente citato Romero, ma è continuamente citato in opere letterarie e cinematografiche che includono il romanzo Vizio di forma (2009) di Thomas Pynchon e uno dei primi e più herzoghiani film di Pedro Costa, Casa de Lava (1994). E se il genere zombi è in costante decadimento a causa dei vari Walking Dead e similari repliche e imitazioni, forse tutti, spettatori o registi che siano, dovrebbero re-imparare a camminare con gli zombi di Tourneur, perdendosi in quelle ombre e in quei tamburi ossessivi, riscoprendo qualcosa di nuovo nel vecchio e recuperando qualcosa per puntare in alto, verso il futuro, verso qualcos’altro, verso i Cineasti del Presente del futuro di una Locarno rediviva a cui non abbiamo ancora partecipato.

Marco Romagna, Nicola Settis

“I Walked with a Zombie” (1943)
69 min | Fantasy, Horror | USA
Regista Jacques Tourneur
Sceneggiatori Curt Siodmak (screenplay), Ardel Wray (screenplay), Inez Wallace (original story)
Attori principali James Ellison, Frances Dee, Tom Conway, Edith Barrett
IMDb Rating 7.2

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