26 febbraio 2018 -

FOREBORDING (2018)
di Kiyoshi Kurosawa

Prima di tutto è un Forebording, un presagio, l’impressione che ci sia un qualcosa che non va. Etsuko entra in casa in quello che sembra un giorno come tanti e trova il marito Yamagiwa in piedi a guardare fuori dalla finestra, malinconico, teso, forse preoccupato, apparentemente strano anche se lo nega. La macchina da presa di Kiyoshi Kurosawa la segue esplorando la stanza in un pianosequenza fluido eppure già sinistro, profondamente asfittico e angosciante, che da lei passa al marito e poi torna sulla moglie. Etsuko non ha la minima idea di cosa stia succedendo e di cosa stia per accadere, eppure “sente” qualcosa, percepisce una tensione, ha un sesto senso. Del resto l’inquietudine, nell’indispensabile cinema di Kiyoshi Kurosawa, più ancora che dalla certezza dell’efferatezza dell’epilogo è sempre stata dettata dalla sospensione, dall’attesa, dalla spada di Damocle che pende sulla testa di chi non sa più chi sia vivo e chi sia morto, chi sia di carne e chi sia fantasma, oppure, nell’ultima svolta, chi sia umano e chi sia alieno. Questa volta, nelle sue destrutturazioni delle varie forme del cinema di genere dal thriller all’horror passando per la fantascienza, Kiyoshi Kurosawa torna a Before we vanish, torna a quel momento nel quale gli alieni sono già in avanscoperta sulla terra prima di lanciare l’attacco che distruggerà l’umanità, torna alla loro capacità di prendere possesso di un corpo e di utilizzarlo per imparare con un semplice gesto della mano svuotando dei concetti più fondanti e caratteristici gli esseri umani, ridotti in sostanza a quegli stessi fantasmi che al contrario, fino a Daguerrotype, li perseguitavano. La base di partenza di Forebording è quello stesso omonimo testo teatrale già messo in scena pochi mesi fa nel lavoro presentato a Cannes, ma in questa sorta di spin-off Kiyoshi rielabora Before we vanish ancora più profondamente, lo modifica estraendone il senso più intimo per poi costruire un film più “suo”, meno fantascientifico e più ammantato d’atmosfere orrorifiche, tornando dopo quello che era un film buonissimo ma leggermente minore ai suoi abituali sublimi livelli.

Forebording, presentato in prima internazionale nella sezione Panorama della Berlinale 2018 nella sua versione cinematografica che concentra in 140 minuti la più lunga miniserie TV, inizia con gli oggetti che cadono di mano, quasi come se qualcosa stesse cercando di prendere possesso di Yamagiwa e, in contemporanea, del datore di lavoro di Etsuko, quasi come se una parte del loro corpo appartenesse a qualcun altro. E poi c’è Miyuki, la più giovane collega della protagonista, atterrita da «un fantasma» che la perseguita in casa, ma quando Etsuko la accompagnerà a casa per verificare di persona i suoi timori troverà ad aspettarla solo suo padre, percepito come un estraneo, come una presenza. A Miyuki è stato depredato lo stesso concetto di famiglia, non le appartiene più e mai più potrà riaverlo, per sempre nelle mani dell’invasore che ha preso il corpo di Shiro Makabe, nuovo medico nell’ospedale nel quale lavora Yamagiwa, e che ha scelto proprio Yamagiwa, con una stretta di mano fatale, come propria guida sulla Terra. «Etsuko, se il mondo finisse cosa faresti?», chiede a un certo punto Yamagiwa, ancora pensieroso mentre guarda fuori dalla finestra, alla moglie. Sa benissimo che la sua domanda non è un’ipotesi, ma non dice nulla, dissimula il più possibile, per lo meno fino a quando la sua mano debole, quella stessa mano che lo rende schiavo di Makabe, non inizierà a causargli insostenibili fitte. Sono le guide a indicare agli alieni gli uomini e le donne dalla cui mente estrapolare i concetti più fondamentali dell’umanità, costretti a un compito contrario all’umano, costretti ai sensi di colpa, costretti a conoscere quello che sarà l’imminente destino dell’uomo e non poterci fare nulla, nemmeno parlarne con il coniuge a meno che non sia il coniuge stesso ad avere il presentimento, il Forebording, dimostrandosi l’unico essere umano immune ai poteri alieni, l’unico essere umano al quale è impossibile penetrare la mente, l’unico essere umano che non cade a terra privo di sensi quando gli invasori sono in marcia.

Makabe, di fronte a Etsuko, non nega la sua natura, non si nasconde, ammette candidamente di provenire «dallo spazio profondo». Vede in lei l’unicità, il sesto senso che le fa percepire tremolii degli specchi e rumori inaudibili a chiunque altro, e soprattutto l’inattaccabilità di fronte ai suoi poteri che invece esercita sugli altri. Ha rubato i concetti di orgoglio, passato, futuro, vita, paura della morte e prima o poi si ritroverà a voler scoprire l’amore, ma a Etsuko non riesce a carpire nulla, non riesce a svuotarla, non riesce a controllarla, non riesce a inebriarsi delle sue conoscenze e dei suoi sentimenti agognati come un’irraggiungibile droga. Anzi, risponderà sinceramente alle sue domande, trasformerà il suo Forebording in certezza, senso, consapevolezza. Dicendole anche che il dolore alla mano di Yamagiwa non è diretto frutto della stretta di mano che lo ha legato all’alieno, ma della sua umanità residua, dei suoi sensi di colpa, della sua (obbligata, ma sotto sotto seducente come ogni potere è seducente) complicità nelle progressive bassezze, compreso l’omicidio, con le quali Makabe diventerà paradossalmente sempre più umano. Ma anche sempre più pericoloso, malvagio, ectoplasmico, magari nascosto dietro le tende del salone, pronto a sbucare alle spalle, pronto a intervenire, pronto a lasciare (quasi) tutti privi di sensi. E pronto anche a farsi arrestare, ad ascoltare i tentativi di negoziazione di chi propone una pacifica convivenza fra razze diverse quando l’invasione è esattamente al contrario l’annientare per sostituire, a carpire gli ultimi concetti umani e poi a sorridere: la fine della (debole) umanità è imminente. La messa in scena di Kiyoshi Kurosawa è cupa, minimale, perfettamente calibrata nei suoi scavalcamenti di campo e nelle sue panoramiche di spettrali saloni e corridoi, nelle sue ombre di memoria hitchcockiana e nel sostanziale “processo” all’alieno, legato al centro della stanza come se questo potesse fermare i suoi poteri, circondato da quell’umanità ormai destinata all’estinzione. Quello di Kurosawa è un costante lavoro di sottrazione, di destrutturazione, di rallentamento, di astrazione e di progressiva rarefazione narrativa e registica, con cui sporgersi alla ricerca dell’umanità attraverso il cinema di genere, questa volta del tutto privato di esplosioni di violenza, di sangue, di effetto speciale. Quello che conta è l’allusione, quello che conta è l’impressione, quello che conta è la paura, l’inquietudine, quel terrore intimo, profondo, che nasce dalla perdita delle più basilari certezze – la famiglia, la vita, il futuro, l’identità, se stessi.

L’invasione aliena è quella mancanza di sentimento che aleggia per l’umanità, è un decalogo di quelle umane bassezze che, quasi come se fossero invasori spaziali e ultracorpi, si impossessano di noi e della nostra società, fra repulsione e attrazione, fra sentimenti e disumanità. Forebording è una critica al Giappone, ma non solo. È una critica a chi dimentica l’emotività, è una critica a chi la relega all’ultimo concetto da estrapolare, il meno importante. Non è certo un caso che sia Etsuko, la “donna speciale”, l’unica immune, a tentare di negoziare durante il “processo”, e non è certo un caso che spetti ancora a lei, dopo la fuga di Makabe e le prime avvisaglie nel cielo che annunciano l’inizio dell’attacco, il compito di sconfiggerlo cogliendolo nel suo unico vero errore: la sottovalutazione dell’amore. Non sono le travi di ferro, non sono i colpi di pistola, non sono le punture di analgesico con cui Yamagiwa tenta di sopravvivere al dolore della sua ambiguità, perso fra l’orrore per ciò che sta facendo come guida di Makabe e la voglia di detenere, anche se fosse solo per un attimo, i suoi poteri. Sarà un’accetta, sarà un colpo secco, sarà un fendere nel buio, e l’amore trionferà ancora una volta. L’amore fra i coniugi, l’amore fra gli esseri umani, l’amore fra chi si abbraccia e attende la fine. C’è un rombo nel cielo: l’invasione è iniziata. O forse no, forse è solo un temporale, forse è solo un aereo che passa lontano. O forse queste sono mere illusioni, piccole scappatoie alle quali pensare per sopravvivere fino al proprio momento, mentre tutti intorno stanno già cadendo. La città è (già) morta, è (già) invasa, e l’umanità non esiste (già) più, fagocitata dal proprio interno dalla propria malvagità, dalla propria insensibilità, dal proprio imbarbarimento in nome del profitto, del capitale, della propria autodeterminazione a costo di calpestare e svuotare gli altri. Bisogna ritrovare la nostra paura, la nostra inquietudine, il nostro piccolo bagaglio di terrore quotidiano. Bisogna ascoltare il nostro presagio, il nostro Forebording, bisogna lasciargli prendere corpo, bisogna lasciarlo crescere insieme all’amore. Solo così, forse, potremo ritornare davvero umani, potremo ripopolare la città, potremo riconoscere noi stessi e continuare a vivere.

Marco Romagna

“Foreboding” (2017)
140 min | Sci-Fi | Japan
Regista Kiyoshi Kurosawa
Sceneggiatori Tomohiro Maekawa (play), Kiyoshi Kurosawa (adaptation)
Attori principali Kaho, Shôta Sometani, Masahiro Higashide, Ren Osugi
IMDb Rating 5.4

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