12 giugno 2017 -

FAME (2017)
di Giacomo Abbruzzese e Angelo Milano

Fame è morto”. È morto nel momento della sua massima notorietà, è morto per una precisa scelta di chi lo aveva fatto nascere, è morto perché era l’unico modo per poter rimanere se stesso, e per poter diventare un lascito, magari effimero, ma sincera testimonianza di un momento, di una forza, di una passione comune nella miriade di possibili stili che si sono alternati. Perché l’origine di Fame era un sogno, il “bisogno molesto di mangiare, carestia, grande desiderio” di Angelo Milano, e non certo il suo lavoro, non certo l’occasione mondana di un paese come Grottaglie, non certo le commissioni delle persone per avere la casa dipinta dai maggiori artisti di strada mondiali, da Blu a Erikailcane, da Eshif a Conor Harrington. Il Festival Fame era nato come reazione alla noia, come provocazione, come esperimento di forza comunicativa, come gesto collettivo, ma prima di tutto come sfida e come necessità intima di divertirsi sempre e comunque, di essere imprevedibili nelle proprie continue trovate, e sempre ostinatamente entusiasti. Ed è proprio questo il punto che non poteva venire meno: essere imprevedibili e sempre entusiasti, come imprevedibile nelle sue continue trovate è il film documentario, co-diretto da Giacomo Abbruzzese, in cui lo stesso Angelo Milano si racconta in prima persona portando sullo schermo un diario di quell’esperienza irripetibile lunga le cinque edizioni dell’illegalissimo Fame Festival, in cui si sono date appuntamento in Puglia le migliori mani – brasiliane, inglesi, statunitensi, francesi – armate di impalcature, rulli e migliaia di bombolette. Fame è stato, nel suo senso più intimo, il sacrosanto diritto di cazzeggiare, perché il cazzeggio è un valore, è creatività, è simpatia, è ispirazione, è il piccolo eroismo anarchico quotidiano di chi “se ne fotte”, ed è ironia anche pesante: quella di un balletto improvvisato, quella della battuta irriverente sempre pronta, quella che fa appendere il manichino di un falso suicida su una facciata, quella che dopo la rimozione di un murales fa apparire una gigantografia del suo corteo funebre, quella che non lascia spazio alle interpretazioni quando distrugge una macchinina della Polizia come simulacro e forse voodoo di quella vera, quella che dipinge un accurato baccanale sul muro di fronte alla scuola, e anche quella che fa lanciare senza motivo apparente, giusto per vedere di nascosto l’effetto che fa, un pianoforte giù dalla finestra.

L’inizio di questa storia è nel 2008, sembra passato un secolo, quando i murales, ben lontani dall’essere chiamati street art, venivano considerati grossomodo atti di vandalismo, ma Angelo Milano si rendeva conto nel frattempo che i tempi di reazione della sua Grottaglie, insieme alle ben poche occasioni offerte per spezzare la quotidianità di un paese da sempre dedito alla pastorizia e alla lavorazione delle ceramiche, gli avrebbero permesso di dare vita a un qualcosa di unico. Un qualcosa di mutevole, in costante trasformazione, perché l’arte non è necessariamente conservazione, non è necessariamente per sempre, ma è anche istante, progressione, cuore pulsante di un qualcosa che vive l’attimo. C’è un ben preciso momento, in questa chiusura definitiva di un capitolo di vita attraverso il mezzo cinema presentata a Bologna al Biografilm 2017 dopo una prima in versione non ancora totalmente definitiva al Bergamo Film Meeting, in cui il senso più intimo della street art deflagra sullo schermo in tutta la sua vitale libertà. Negli spazi sterminati di interi palazzoni abbandonati, i due registi hanno sfruttato le lunghe immagini del work in progress per costruire, fra accelerazioni e soprattutto arresti/sostituzioni in odor di stop motion, un vero e proprio cartone animato in cui il disegno su pavimento e muri prende vita, si muove, saluta, grugnisce, fagocita. È un’immagine che si costruisce sui luoghi e con i luoghi, che non se ne impossessa, ma che con loro si compenetra, come se si (ri)costruissero insieme mano a mano. Ed è anche, in un certo senso, l’indefinitezza dell’arte, fra le continue modifiche che l’artista stesso apporta al suo murales e la consapevolezza che da un giorno all’altro potrebbero arrivare le autorità a cancellarlo facendolo tornare uno spazio bianco, perché il confine fra arte di strada e criminalità era (e forse è ancora) spesso troppo labile. E paradossale, ancor di più in un paese che, sotto il naso della cittadinanza, aveva da poco costruito e ampliato una discarica abusiva di materiali pericolosi, mentre gli investimenti per la cultura venivano scialacquati per organizzare la mostra di un millantatore pronto a spacciarsi come figlio di Dalì o per un’improbabile Sagra della Polpetta. Anzi, la malagestione locale è stata occasione di uno dei guanti di sfida più diretti e inequivocabili del Fame Festival, con la collina che nasconde i rifiuti tossici, o con i nasi che diventano ciminiere: arte come denuncia, come veicolo di comunicazione per portare all’attenzione comune un problema, come campanello d’allarme davanti al quale porsi le necessarie domande.

Fra “ambienti da rinnovare”, “serigrafie a cazzo”, muri sempre più grandi e pericolosi, collaborazioni sempre più illustri che vengono intelligentemente lasciate ai margini per evitare inutili didascalismi, musiche che spaziano dal Lascia ch’io pianga al più ostinato frastuono, filmati d’archivio pazientemente raccolti nel corso degli anni e commenti pungenti dello stesso Angelo Milano sullo spreco di denaro pubblico mentre con il suo (dis)organizzato Festival dava un nuovo volto alla città senza mai una mano né un permesso dalle autorità, il film procede spedito nella sua ora scarsa, acuto e spassoso, fra una madre promossa cuoca e un padre promosso autista, fra disegni e colori, fra mostre e piccoli collezionisti che permettevano l’autosostentamento del Fame. Ed è curioso e paradossale come sia stata proprio la complicità e accettazione (troppo) passiva della cittadinanza a svuotare di senso Fame fino alla sua estinzione, fino al passo e chiudo, fino allo stop definitivo, alla necessità della morte del Festival come cristallizzazione di un momento e di un’esperienza. “Se c’è totale accordo, non può esserci la street art”, dice chiaramente Angelo Milano, volendo terrorismo visivo e non notorietà, volendo stimoli e non applausi, volendo libertà e non un lavoro vero e proprio, né un patrocinio, né una legalizzazione. Né, di certo, diventare un’icona pop, un evento mondano, un appuntamento fisso e codificato, entusiasticamente sostenuto dalla collettività anche quando la collettività è apertamente sfidata con organi sessuali e secchi di vernice lanciati a caso dai palazzi. Proprio come quando lo stesso Angelo Milano suona il basso nel post-hardcore/screamo dei La Quiete: è la rivolta ciò che conta, il porsi contro. Non si poteva andare avanti senza lo spirito originario, senza quella sana irriverenza eretica: era necessario fermarsi prima di perdersi. E solo dopo la morte di Fame può esserci spazio per le interviste, per gli artisti che ripensano alle loro opere, reali protagoniste del film lasciate in giro per la Puglia. O forse no, perché alcune non esistono già più, travolte da nuove costruzioni, come se lo spazio si riprendesse quello che l’immagine gli aveva nascosto, o da assurde ingiunzioni comunali. Fra gli ospiti, appare anche JR, e la mente non può che correre al recente Festival di Cannes e al suo film con Agnès Varda, quel Visages Villages di godardiano fervore e di straziata umanità. Non si può che tornare a quel treno in corsa nei suoi dettagli della grande regista, a quel lascito, a quell’atto d’amore che si perde all’orizzonte, che ora è qui e ora non c’è più, a tutta velocità verso l’infinito. Proprio come Fame, ormai perso in un passato irripetibile, eppure ancora pulsante nella sua parola fine, nel suo testamento cinematografico così orgogliosamente fuori tempo massimo, nei suoi colori sullo schermo che tornano a quei momenti e a quelle opere mutevoli, effimere, al contempo fisiche ed ectoplasmiche. Perché Fame è morto esattamente nel momento in cui doveva farlo, e proprio con la sua morte è nata la leggenda. Ma chi lo ha creato è vivo e vegeto, e più ispirato che mai.

Marco Romagna

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