21 gennaio 2018 -

FABRIZIO DE ANDRÉ – PRINCIPE LIBERO (2018)
di Luca Facchini

Per i motivi che verranno esplicitati, Fabrizio De André è per chi scrive un qualcosa che va ben oltre la passione musicale o gli interessi poetici e politici, ma fa inevitabilmente parte di una sfera più intima e personale, umana e sentimentale. Questo scritto non può prescindere da me, e di questo mi scuso in anticipo con i lettori ma soprattutto con lo straordinario Luca Marinelli, che con questo miracolo attoriale avrebbe meritato assoluta centralità. Oltre ai ringraziamenti più commossi.

Era l’estate del ’91, in un momento ormai imprecisato di quei 15 o 20 giorni di luglio in Sardegna che, quando sei un bambino che deve ancora tagliare il traguardo dei quattro anni, ti sembrano la più grande avventura della tua vita. Erano i tempi dei mille benzina con la targa nera e arancione, delle ingombranti autoradio estraibili da portarsi rigorosamente dietro, delle musicassette e del loro fantasmatico fruscio, e soprattutto era il momento de Le Nuvole, pubblicato da Fabrizio de André l’anno precedente e immancabile, insieme a tutti gli altri suoi album, dentro il cassettino della “Clarabella”, la R11 bianca di mio padre. Eravamo a Capo Testa, vicino a Santa Teresa di Gallura, in un piccolo ristorante di pesce a conduzione familiare che ogni mattina parte in barca per lanciare le reti sulle Bocche di Bonifacio e ogni sera cambia il menu a seconda del pescato: un posto dove mangiare bene con prezzi e servizio rigorosamente da osteria, non certo un ristorante lussuoso, non certo un luogo nel quale poter immaginare che il destino ti stia per riservare l’incontro più importante della tua vita. A un certo punto, come un’epifania fra il primo e il secondo, arriva lui, Fabrizio, totalmente inaspettato nel suo ciuffo biondo cenere e nel suo codazzo di guardie del corpo, d’ordinanza sin dai tempi del rapimento. Entra dalla porta e ci passa davanti, accompagnato da Dori, Cristiano, Luvi e tutti i musicisti, da Michele Ascolese a Ellade Bandini, da Giancarlo Parisi a Mauro Pagani, con i quali di lì a breve, dopo qualche mese di pausa, sarebbe ripartito con la seconda parte del tour più divertito della sua carriera. Ora, per chi è nato e cresciuto a Genova da genitori innamorati fino al midollo di Fabrizio De André, per chi non ha mai ascoltato una “vera” ninna nanna ma sin dalla culla è sempre stato tirato su a testamenti, bocche di rosa e creuze de mä, per chi ha sempre saputo a memoria l’intera discografia di Fabrizio senza mai mettersi a studiarla, ma la sa e basta nello stesso modo in cui ognuno di noi ha imparato a camminare per poi solo più tardi, nel corso degli anni, avere modo di capire un qualcosa che già amava visceralmente per una sorta di diritto di nascita, vederselo arrivare davanti nel bel mezzo dell’infanzia vuol dire per prima cosa, inevitabilmente, scoppiare a piangere, intontito dall’emozione, incredulo, attonito, commosso.
Fu mio padre a prendere l’iniziativa: la corsa alla Renault per prendere la cassetta, il ritorno ancor più di corsa nel ristorante, l’avvicinarsi timidamente alla saletta riservata nella quale Fabrizio si era appena accomodato senza particolari speranze di riuscire a ottenere un incontro. I gorilla sistemati all’ingresso ci fermano, “Dove andate? Cosa volete?”, e a quel punto mio padre, ancora lui, ha forse l’intuizione più brillante della sua vita. Si guarda il polso, si rende conto di portare un braccialetto rossoblù (o forse era un orologio, ma non è questo che importa), e riesce a dire in qualche modo, sventolando i colori del cuore, “Siamo genovesi, siamo genoani”. Fabrizio sente la parola chiave, ripensa alla Lanterna, ripensa al Grifone, ripensa forse anche a quando, ogni maledetta domenica durante i tre mesi del sequestro, la sua domanda ai rapitori era proprio il risultato del Genoa, ancor prima del whisky e del vino, ancor prima delle sigarette e delle eventuali novità sul riscatto. Si gira verso di noi, fa cenno con eleganza di lasciar passare, scambia qualche parola, mi sorride intuendo la mia emozione, prende il libretto dei testi dalla nostra musicassetta: “A Marco, con affetto, zio Fabrizio De André”. Già, “zio”, perché nei fatti, non solo per quel bambino di quattro anni ma anche per il grasso e irsuto cinefilo di oggi, Fabrizio è sempre stato un parente, uno di famiglia, un modello anche nei suoi difetti e nei suoi conflitti, un maestro di vita anche nelle sue coerenti incoerenze, un poeta, un profeta, un punto fermo, una certezza. Un qualcosa da studiare, da capire, dal quale costantemente ricevere stimoli, domande, risposte. Ancora oggi, quasi 27 anni dopo e ormai pressoché immune dal fascino delle celebrità, non riesco a ripensare a quel momento senza rabbrividire, senza che qualche lacrima, sibillina, mi risalga fino agli occhi. Questo è per me Fabrizio De André: un continuo confronto, un qualcosa di sempre presente, eternamente vivo nelle sue opere, con il quale quotidianamente parlare e dal quale ricevere quotidianamente le risposte di cui ho bisogno. Ricordo come fosse ieri la disperazione di quel maledetto undici gennaio millenovecentonovantanove, solo pochi mesi dopo il concerto al Carlo Felice, e ricordo come fosse ieri il funerale in Carignano, la folla in lacrime, il cartello giallo con la scritta nera che campeggiava a salutare Bocca di Rosa. Ma soprattutto ricordo come fosse ieri quando riuscii con un gruppo di compagni di scuola appassionati quanto me a far scolpire nel marmo la targa dedicata al Suonatore Jones che ancora oggi campeggia al Liceo Classico Colombo di Genova, e il nostro orgoglio di ogni mattina nel riguardarla pensando a Faber, finalmente riconosciuto come figlio da quelle mura che abbiamo condiviso.

Quello stesso orgoglio e quella stessa viva passione che, in maniera assolutamente inaspettata e ben al di là degli evidenti limiti cinematografici e contenutistici probabilmente inevitabili in un prodotto di questa natura, emergono almeno a tratti crepitanti da Fabrizio De André Principe Libero, produzione Rai Fiction per una doppia serata su RaiUno (andrà in onda il 13 e 14 febbraio 2018) anticipata da Nexo Digital, il 23 e 24 gennaio, dalla proiezione-evento nelle sale italiane. È tutto esplicitato nel finale, questo sì magnifico, commovente, che prevede una rassegna dei personaggi che hanno appena messo in scena quarant’anni di vita di Fabrizio seduti a teatro, in attesa del nuovo concerto. Ci sono le due donne della vita, Puny e Dori, c’è Paolo Villaggio (un encomiabile Gianluca Gobbi pressoché identico nelle movenze e nella parlata), ci sono i figli, c’è il fratello Mauro, e c’è persino Fernanda Pivano, senza la quale non sarebbe mai potuto esistere un capolavoro come Non al denaro non all’amore né al cielo. Fino a quando, inaspettato quanto il vero Fabrizio quella sera nel ristorante di Capo Testa, non arriva anche lui, il Faber della finzione, che finalmente può sedersi, svestire – un po’ come nello scorrere de La Buona Novella dal Laudate Dominum al Laudate Hominem – i suoi panni di Fabrizio De André e tornare a quelli di Luca Marinelli, attore straordinario e straordinariamente intelligente, ma soprattutto appassionato che ha capito e interiorizzato Fabrizio al punto di, almeno a tratti, farlo rivivere. Marinelli si è preso un rischio enorme e ha vinto su tutta la linea una sfida pressoché impossibile, tenendo sulle sue spalle l’intera narrazione al punto di risolverne molti problemi con un’interpretazione così lontana dall’imitazione e dalla possibile caricatura eppure così fedele, riconoscibile, credibile anche (e forse soprattutto) in una voce diversa, un’ottava più alta, con un accento vagamente romano che (alla faccia dei tanti nasi, compreso il mio, che si erano storti di fronte al primo trailer) non solo non infastidisce e anzi si dimentica subito perché profondamente naturale, ma scongiura i rischi di danni ben peggiori che avrebbe potuto fare una “coccina” genovese contraffatta e ostentata “Gabibbo-style”. Marinelli, ben conscio di non poter rifare De André, ne ha estrapolato l’essenza più intima, ne ha riprodotto alla perfezione le U, le O e le S, ha fatto rivivere il suo portamento, il suo modo di muovere la bocca nel parlare e nel brandire avidamente fra le labbra l’ennesima sigaretta, le sue pause, la sua fronte leggermente corrugata, il suo trasporto nel canto, ma nel frattempo è rimasto se stesso, con la sua voce, con il suo accento, con i suoi occhi chiari e vispi, con la sua personalità. Ora, dopo tre ore di assoluto miracolo attoriale in cui ha saputo riconsegnare Fabrizio a un eterno presente, Luca Marinelli può finalmente guardare verso il palco, ancora con il ciuffo di Faber sull’occhio e con indosso gli abiti messi a disposizione da Dori Ghezzi, in attesa che l’ultimo controcampo del film mostri il vero Fabrizio De André che canta Creuza de mä al Brancaccio di Roma, in uno degli ultimi concerti, l’unico insieme a quello dell’81 a Sarzana del quale esista una ripresa video. È un ritorno alla realtà che al contempo è anche pura poesia cinematografica e umana, Fabrizio ancora vivo, fuori dal tempo, sempre presente, cristallizzato nel 4/3 di un’immagine d’archivio che ne nega e ne annulla la morte. Con profondo rispetto, con amore, con commozione, quelle che Fabrizio ha insegnato e ancora insegna con il suo percorso a chiunque lo voglia ascoltare, e che Luca Marinelli, insieme al regista Luca Facchini e alla coppia di sceneggiatori Francesca Serafini e Giordano Meacci (già co-autori insieme a Claudio Caligari della sceneggiatura di Non essere cattivo), hanno nonostante i limiti e le semplificazioni ovvie in un prodotto televisivo saputo portare sullo schermo.
Con Fabrizio De André sono nato e cresciuto, su di lui mi sono formato e ogni giorno mi continuo a formare in uno studio costante, in una quotidiana ricerca, in una continua sfida dialettica. Non potevo quindi che essere estremamente preoccupato di fronte alla notizia del progetto di un biopic classico in miniserie televisiva. In primo luogo perché, su un personaggio complesso e sfaccettato ma dalla vita tutto sommato monotona come quella di Fabrizio De André, è estremamente complicato essere fedeli e sufficientemente profondi, in secondo perché avevo ben presente l’opera di sostanziale beatificazione ai limiti con l’equivoco che sin dalla sua morte, esaltandone i pregi e glissando invece sui difetti senza i quali i pregi non si sarebbero mai potuti concretizzare in canzoni e pensieri, lo sta trasformando in quell’icona pop che ha sempre rifuggito, e non certo in ultima istanza perché tematiche scomode come i conflitti sociali, politici e religiosi che hanno costellato la sua vita e la sua opera non sono in genere la materia preferita delle prime serate dell’ammiraglia Rai. Era insomma estremamente alto, complici anche i produttori di uno dei film più reazionari e insopportabili della recente storia cinematografica italiana quale La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, il rischio che Fabrizio De André Principe Libero finisse per limare le sporgenze della vita “In direzione ostinata e contraria” del suo protagonista fino a travisarlo, fino a equivocarlo, fino a svuotarlo di senso, ma così non è stato. Certo, sin dal titolo (“Principe Libero, espressione tratta da una poesia del pirata Samuel Bellamy riportata sulla copertina de Le nuvole, non è certo la frase più rappresentativa per chi, pur agognando ogni giorno la libertà, non ha mai voluto essere un principe, ma semplicemente un uomo e un artista senza “nemmeno un rimpianto”, o ancor meglio un “Amico Fragile” sofferente, conscio delle proprie incoerenze ma con lo sguardo rigorosamente rivolto agli ultimi) è evidente una semplificazione delle mille sfaccettature di De André, così come è evidente, fra i personaggi cumulativi (Tenco racchiude tutta la scuola cantautorale genovese come Villaggio racchiude più amici che gli sono stati vicini) e la necessità narrativa di asciugare il più possibile gli eventi, una rilettura che si fa a tratti necessariamente (in)fedele della sua vita. Ma, pur nella necessità di drammatizzare a costo di abbassare il livello culturale, è sempre vivo e palpabile l’amore degli autori nei confronti di Fabrizio, al punto che anche i “tradimenti”, per quanto possano a tratti infastidire i più puristi, fanno parte del profondo rispetto e della viva passione portati sullo schermo.

Sia ben chiaro, non ci si deve aspettare un “bel” film: Fabrizio De André Principe Libero rimane, seppur di gran lunga superiore alla media delle produzioni televisive, un prodotto mediocre, una fiction Rai, nella quale il rapporto con il padre (un Ennio Fantastichini che non potrebbe essere più lontano da quello che era Giuseppe De André) viene banalizzato al punto di chiudere o quasi, al primo assegno arrivato a Fabrizio dalla Siae dopo l’interpretazione di Mina de La canzone di Marinella, conflitti che andranno invece avanti per tutta la vita, come se al più illustre e intelligente rappresentante della radicata borghesia genovese anziché il buon nome e la rispettabilità della famiglia fosse interessata solo la vile pecunia. Così come non vengono in sostanza affrontati i radicati complessi di inferiorità di Fabrizio nei confronti di Mauro, principe del Foro dopo essere stato studente nettamente migliore rispetto al fratello, elemento cardine della vita e della poetica di Fabrizio De André che viene relegato a una battuta sulla decisione del padre di iscrivere il secondogenito al Colombo anziché al D’Oria per evitargli confronti che, pensava, gli sarebbero potuti essere imbarazzanti. Come pure è mancanza grave, negli anni giovanili, l’assenza dei dischi di Georges Brassens sui quali Fabrizio ha sviluppato le sue ballate e la sua prima impostazione vocale dalla quale si libererà definitivamente solo nel 1984 grazie al genovese aulico di Creuza de mä, e in generale mancano i suoi conflitti più ancestrali e le sue insoddisfazioni sulle musiche che lo hanno portato, fino alla svolta degli arrangiamenti della PFM e quindi dell’apertura al progressive rock, a cambiare continuamente collaboratori dai Reverberi a Piovani, passando per De Gregori e, subito dopo, per Massimo Bubola (personaggi, questi, completamente assenti in Principe Libero). Suscita poi più di un dubbio rendersi conto di come siano state completamente elise le (nemmeno così tanto rare) violenze domestiche, di come non si faccia nemmeno cenno all’utilizzo di droghe che, volenti o nolenti, hanno fatto parte della sua vita, e di certo non si può definire affrontata la questione Anarchia, che rimane a latere, sempre presente ma mai reale “argomento”, quasi fosse un argomento tabù, o una sorta di entità astratta anziché un reale modo di vivere e di pensare. Come non è poi difficile, spostandosi dai contenuti alla forma, trovare alcuni momenti in dialetto genovese durante l’adolescenza che presentano per chi ha l’orecchio non pochi problemi di pronuncia, non è difficile inorridire di fronte alla scialba e posticcia versione cinematografica della PFM, e di certo desta non poche perplessità il ruolo di Puny dopo il divorzio, nel film donna saggia e comprensiva che accetta quasi di buon grado la famiglia allargata quando nella realtà fu, peraltro comprensibilmente, meno matura e nettamente più vendicativa. Fra i limiti della fiction ci sono poi l’utilizzo non sempre efficace delle onnipresenti musiche, a volte azzeccate nell’alternare le voci di Marinelli e De André e invece altre volte telefonate come a voler (un po’ troppo) suggerire al pubblico l’emozione da provare in quel momento, ci sono le lungaggini che non è affatto difficile trovare nella parte del rapimento e più in generale in una seconda puntata che procede verso la rarefazione narrativa, ci sono leggere modifiche alla realtà che non sempre appaiono funzionali alla narrazione (perché, per esempio, il cadavere da cui nacque Marinella che la storia ci dice essere stato ritrovato nel Tanaro è stato spostato ad Arenzano?), così come si potrebbe parlare per ore, ma questo è in realtà semplicemente normale, di come non tutto il cast sia al sublime livello del “posseduto” Luca Marinelli. Ci sono eventi magari lontani nel tempo che vengono appiccicati come se fossero azione-reazione, si parla delle canzoni ma mai dei concept album e, a voler cercare il pelo nell’uovo, c’è pure un evidente errore tecnico in una sequenza che vede un dialogo a letto fra Fabrizio e Puny, in cui per un’errata posizione di macchina campo e controcampo finiscono per “attaccare” a fatica scavalcando il campo senza motivo.
Ma, per fortuna, non è questo il punto di Fabrizio De André Principe Libero. Quello che conta non è la verosimiglianza assoluta, quello che conta non è la perfezione tecnica. Quello che conta è la passione viscerale per Fabrizio che sta alla base del progetto, la volontà granitica di riportarlo in vita anche a costo di renderlo un po’ più semplice e immediato di quanto non fosse, attenti a fare in modo che le banalizzazioni che si incontrano lungo la via non siano mai veri e propri equivoci, che non scalfiscano mai l’essenza di quello che era Fabrizio. Temevo un assoluto abominio, temevo un qualcosa di fuorviante e irrispettoso del quale sarei stato pronto a scrivere una stroncatura scientifica e rigorosa, che entrasse nel merito di ogni scelta sbagliata, che rivelasse la mancanza di senso di un simile progetto, che mettesse in luce ogni errore, ogni equivoco, ogni appiattimento, ogni problema etico e concettuale. Mi sbagliavo, perché Fabrizio De André Principe Libero non è certo un film fondamentale, e forse, a parte la straordinaria prestazione di Luca Marinelli e il finale, non è nemmeno un film pienamente riuscito, ma nonostante tutto, emozionato e messo di fronte al cuore di chi ama Faber quanto me, mi viene naturale ritrovarmi a difenderlo. Con tutti i suoi limiti, con tutte le sue cadute, con tutte le sue banalizzazioni, ma anche con i suoi indubbi spunti di interesse e con i sinceri brividi che scendono lungo la schiena quando Marinelli, seppur romano, è Fabrizio, vivo e vegeto, eterno, straordinariamente fedele non solo nell’aspetto fisico, ma nel modo di muoversi, di pensare, di atteggiarsi, di vivere. Di amare, con lo stesso cuore di chi ha scritto, di chi ha diretto e di chi ha interpretato questo lavoro. Fabrizio De André, come tutti i più ispirati e sinceri artisti, è figlio dei suoi drammi esistenziali, dei suoi dubbi, delle sue sofferenze, dei suoi piccoli traumi, delle sue ribellioni come delle reazioni severe e umilianti della sua famiglia, del suo sentirsi in sostanza a disagio in mezzo al popolo perché ricco e appartenente all’altissima borghesia dei De André, e al contempo fuori luogo in una borghesia che, da anarchico con vocazioni da contadino, profondamente disprezzava. Specialmente in una città come Genova, da sempre fondata su pochi cognomi, dove se sei un De André sarai per sempre un De André anche se dovessi cadere in disgrazia, anche se dovessi perdere fino all’ultimo centesimo, e forse anche se dovessi morire – lo Studio Legale che fu di Mauro, scomparso nell’89, si chiama ancora Studio De André, ha ancora sede nella centralissima via Assarotti ed è ancora fra i più quotati della città. Fabrizio De André è stato un cantautore, un poeta, un intellettuale, un letterato capace di esprimere i concetti più profondi con un linguaggio sempre piano e comprensibile, un uomo alla costante ricerca di libertà, dignità e perdono (compreso quello nei confronti degli esecutori materiali del suo sequestro), ma è stato anche un “belinone”, una “testa di cazzo” che sin da bambino marinava scuola insieme a Paolo Villaggio per staccare palle di guano dai cornicioni e tirarle in testa ai malcapitati che si ritrovavano a passare di sotto. È stato un puttaniere innamorato della “mussa”, un notturno sempre pronto a posare la chitarra per prendere in mano una bottiglia di whisky, uno che ai salotti della Genova bene ha sempre preferito l’odore acre di piscio dei Caruggi, palestra di vita e di straziata umanità. Questo, chi ha fatto il film, non ha voluto né potuto metterlo davvero in scena se non in qualche sporadico episodio, ma lo ha capito, e per lo meno sul livello dell’allusione lo sa tenere (quasi) sempre presente: il punto non è “chi” era Faber, ma “cosa” è stato, cosa ha rappresentato, quanto gli dobbiamo. Fabrizio De André Principe Libero, nel suo ripercorrere le più importanti tappe della vita del cantautore genovese dal liceo alle puttane, dalle amicizie con Luigi Tenco e Paolo Villaggio alle due mogli, dalle canzoni al rapimento, dal rapporto con la famiglia a quello con Riccardo Mannerini, dal primo contratto con la Karim alla copertina di Tutti morimmo a stento, dal primo concerto alla Bussola di Viareggio al trasferimento in Gallura, mantiene sempre al centro la profonda umanità di Fabrizio, la sua capacità di ridare dignità a ladri, puttane, assassini e ladroni sulla croce, la sua capacità di umanizzare la figura di Cristo, la sua disperazione al momento del suicidio di Tenco, il suo amore per Dori, spartito fra il pacchetto di sigarette che lei teneva in borsa quasi nella speranza di incontrarlo ancora una volta e la sconfinata tenerezza del loro abbraccio al momento del rilascio dopo il sequestro – “una donna in fiamme e un uomo solo”. Ci sono gli interventi della censura fra la “faccia da culo” di Carlo Martello che diventa il suo dileguarsi “fra i glicini e il sambuco” e la “specie di troia” de La città vecchia destinata invece a diventare la più poetica “pubblica moglie”, c’è quella sera in quel “ghetto per ricchi” a Portobello di Gallura in cui Fabrizio voleva parlare degli esorcismi di Paolo VI ma venne costretto a suonare fino alla sua “sbronza colossale” da cui nacque Amico Fragile, e soprattutto c’è l’utilizzo sapido e spiazzante di Inverno, emotivamente devastante, inserita durante la crisi con Puny nel momento in cui chiunque si sarebbe aspettato invece Giugno ’73. C’è il gozzovigliare giovanile fra i vicoli, Castelletto e Boccadasse, ci sono le nottate chiuso fuori dal severo Giuseppe, c’è la paura per la nascita dei figli, c’è il trasferimento a Milano e poi quello in Sardegna, ci sono gli album, ci sono i concerti, ci sono le contestazioni, ci sono le sfide dialettiche al pubblico, ci sono i momenti in famiglia, c’è il rapporto con Cristiano che si risolverà solo con il figlio (e il padre) finalmente adulti, c’è la carbonara notturna con Luvi. C’è il cortile del Colombo, ci sono le case di tolleranza, ci sono gli amici e gli interessi di una vita, c’è la prima chitarra ricevuta in regalo. E poi, ovviamente, c’è la promessa strappata a Fabrizio da Giuseppe De André ormai sul letto di morte, “smetti di bere”, e la fatica immane per cercare di mantenerla. Ma soprattutto c’è Luca Marinelli, ci sono i brividi che riesce a far scorrere lungo la schiena quando sullo schermo si rivede Fabrizio, c’è la sua cristallizzazione di un personaggio pressoché impossibile da interpretare. Marinelli ha amato De André almeno quanto me, lo ha capito, lo ha interiorizzato, lo ha fatto suo, e ne ha regalato un’interpretazione degna dei più grandi, emotiva e fortemente emozionante, semplicemente indimenticabile. Quando appare con la camicia rossa e gli occhiali da sole della storica intervista di Mollica è impossibile non saltare sulla poltrona, è impossibile non gridare al miracolo, alla resurrezione, al ritorno di chi non è mai andato via. È impossibile non tornare agli occhi lucidi e ai brividi di quella sera a Capo Testa, a quell’epifania, a quel momento in cui il me stesso bambino si è ritrovato in mano “la perla più rara”, quella dedica dello “zio”, quel ricordo che ogni giorno, da 27 anni, puntuale si ripresenta. “Zio” Fabrizio può continuare a dormire tranquillo a Staglieno, senza motivo di rivoltarsi nella tomba. Certo, come già detto è stato banalizzato e un po’ appiattito, ci sono inesattezze a volte ingiustificate, ci sono problemi cinematografici di varia natura e mancano alcuni dei fondamentali conflitti intimi ed esistenziali senza i quali la sua opera non sarebbe stata la stessa. Ma Fabrizio De André Principe Libero non è affatto “brutto”, e forse nemmeno “inutile”. È un omaggio accorato, fatto di profondo rispetto, di intenso amore, di irrefrenabile passione, di emozioni che deflagrano libere, “e nemmeno un rimpianto”. E questo, ben al di là dei limiti ovvi in una fiction, non è affatto poco. Grazie a Luca, di cuore, per avercelo regalato ancora per un po’!

Marco Romagna

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