BOTOX (2020), di Kaveh Mazaheri

Non è semplice trovare una classificazione per l’insolito Botox, sorprendente tanto per la sua delicatezza quanto per la riflessione ontologica in cui trascina lo spettatore. Commedia noir in apparenza, alla stregua di Fargo (1996) dei fratelli Coen ma rievocante gag comiche quali quelle di Stanlio e Ollio, l’opera d’esordio con cui l’iraniano Kaveh Mazahedi ha vinto la 38esima edizione del Torino Film Festival insinua progressivamente temi quasi grotteschi e macabri insieme a siparietti intimi, irriverenti e al contempo toccanti, senza mai aderire perfettamente al puro thriller o alla solita commedia, ma mantenendo sempre una propria ambiguità di fondo. Un film di frontiera, connotato da tinte opache e da colori grigiastri, occasionalmente mutanti al bianco dei paesaggi ghiacciati e al nero delle strade sterrate di Teheran, per una narrazione intima, delicata, toccante, che scopre temi sfuggenti e complessi quali la disabilità e la condizione della donna nell’Iran di oggi servendosi di una dialettica sempre sospesa tra burla e tragedia, dramma e paradosso, realtà e allucinazione. Quella che nasce come commedia familiare dai toni grotteschi, la vicenda di due sorelle che intraprendono uno spaccio clandestino di funghi allucinogeni all’interno della propria casa, diventa presto un noir fortemente cupo, a seguito della morte improvvisa del loro fratello caduto dal tetto e il repentino occultamento del suo cadavere da parte delle due. Al centro risalta l’instabilità mentale, a tratti dolce e a tratti impietosa, della più vecchia delle due sorelle, Akram (interpretata dalla magistrale Sussan Parvar), che riecheggia, con intenti ben diversi, situazioni tragicomiche in stile Arsenic and Old Lace (1944) di Frank Capra, in cui il disturbo mentale di due dolcissime anziane signore portava a una incredibile serie di equivoci e di morti. Sono invece una coppia di opposti, le due donne assassine (la razionale Azar e l’ingenua e imprevedibile Akram), il cui rapporto di sorellanza e affetto pur nelle forti divergenze e scaramucce richiama gag comiche, in qualche modo brutali, tipiche di certi personaggi dei cartoni animati quali Willy E. Coyote e Road Runner (Beep Beep), gli stessi che Akram guarda all’inizio del film con fanciullesco rapimento. È infatti il ritardo psichico, il probabile autismo di Akram, a fare da motore alla vicenda, facendo decollare e deragliare i piani della sorella Azar che si vede costretta a farsi complice sofferta di un delitto di cui solo lei ha memoria. Perché Botox segue i tempi, i limiti e le allucinazioni di una persona affetta da disabilità mentale, un outcast appunto, che, connotando di assurdità la vicenda, permette anche una riflessione intimista sull’esclusione e sulla follia. Ed è qui che risiede la forza del film. Akram è una mina vagante, una forza narrativa che il regista segue da vicino, offrendole un punto di osservazione privilegiato su una vita ai limiti e una sensibilità diversa, particolare. Una figura che rimane fuori campo per la prima parte del film, per lo più osservatrice passiva delle attività dei fratelli, che esprime la propria forza drammatica attraverso i gesti lenti, gli sguardi fissi e le mimiche espressive, per farsi poi motore narrativo, con la sua brutale fragilità, della crisi che farà decollare il dramma.

La pellicola appare infatti divisa in due segmenti diversi, una prima parte in cui le azioni da commedia tragicomica emergono solo nei gesti quasi quotidiani dei personaggi, nel contesto di un Iran apatico, apparentemente immobile e marmoreo nella bellissima fotografia di Hamed Hosseini Sangari che fa un uso quasi statico della macchina da presa, con campi medio-lunghi, geometrie solide e colori grigiastri. Uno stile che tende a creare scene fredde, quasi asettiche, come nel campo lunghissimo, per distanza e durata, dell’incidente sopra il tetto della casa. Stanca delle vessazioni del fratello Emad, forse memore della rovinosa caduta, nel cartone animato, di Willy E. Coyote da una altissima montagna, Akram spinge il fratello giù dal tetto, in un impulso irrazionale, quasi fisico, di cui sembra poi non mantenere alcun ricordo né rammarico, gesto che fa precipitare irrimediabilmente la commedia grottesca verso il noir. Un gesto che assume subito per la sorella Azar un diverso significato, una possibilità, una speranza che forse aveva covato in segreto. Emblematica è la scena in casa in cui si vedono le due sorelle, subito dopo aver trascinato il corpo dell’ormai morente Emad all’interno, in stanze adiacenti, separate da un muro spesso come in uno split screen, prese da atteggiamenti diversi, quasi opposti: da una parte Akram con occhi fissi, stanchi e alienati, intenta a massaggiarsi i piedi nudi, indolenziti dallo sforzo appena fatto, dall’altra Azar che pone fine alle sofferenze del fratello con un pezzo di stoffa, soffocandolo. E mentre per Akram la morte del fratello perde ogni reale significato diventando un puro atto meccanico presto dimenticato, per Azar è un’apparente facile occasione di liberazione, salvo poi trasformarsi in un pesante fardello di cui temere le conseguenze. È qui che il titolo viene spiegato, perché il termine “Botox” nel film significa giovinezza, eternità, un’occasione per esaudire i propri sogni, una soluzione veloce per una vita lunga e soddisfacente, l’unica via possibile di apparente riscatto e emancipazione per le donne iraniane che si recano nella pulitissima clinica estetica dove lavora Azar. Una sorta di rimedio immediato e posticcio che porta però con sé conseguenze, proprio come la grottesca morte di Emad, la cui assenza è forse persino più incombente della sua presenza da vivo. Seppellito il fratello nel Hoz-e Soltan, lago di sale sotto cui si nasconde una palude, ha inizio un complesso gioco di menzogne per nascondere l’omicidio. A mettere in difficoltà Azar è proprio Akram, la quale, presa dal suo disturbo, dimentica la propria colpa per la morte del fratello e inizia a cercarlo con un nuovo sentimento di affetto, credendolo ormai lontano, fuggito in Germania, in preda a vaneggiamenti che la conducono a girare senza meta per le strade di Teheran nell’illusione di vederlo. In questa seconda parte il film sembra abbandonare il distacco intenzionale della prima per abbracciare il punto di vista di Akram e un maggior coinvolgimento emotivo. I toni virano al surreale, offrendo persino sequenze oniriche dai tratti dinamici e convulsi, con tinte più scure, mentre i paesaggi ghiacciati e semi deserti di un Iran asettico fanno posto al caos delle strade di Teheran e all’umanità che vi si riversa, nel tentativo di rappresentare non solo l’emotività dell’elaborazione del lutto, ma anche il confronto serrato tra le due protagoniste e la realtà che le circonda.

In tal senso, il film sembra voler rispecchiare l’interiorità del personaggio principale, mostrandone alternativamente il distacco dalla realtà e il delirio allucinato, usando l’imprevedibilità di Akram non solo come forza centrifuga della narrazione, ma anche come bussola morale della storia. Perché è lei, con la sua impulsività e la sua dolcezza, a guidare lo sviluppo narrativo, è lei che passa da semplice osservatrice distaccata a inconsapevole omicida, per poi divenire, infine, tormentata detective. In una società e in una famiglia guidate da vuote apparenze e freddi calcoli, Akram si staglia, con la sua innocente follia, come personaggio forte di un’emotività e di un’affettività che non si piegano a leggi di mercato. Anzi, è proprio nella sua follia che si riversa tutta la forza emotiva del film: mentre gli altri personaggi si fanno portavoce di disperate ambizioni, l’instabilità della donna sembra rappresentare l’unico polo di autenticità della narrazione. Akram è forse l’unica in fondo a conservare una sua visione, a modo suo lucida, per fuggire da quella vita miserevole. Nella sua pazzia omicida, infatti, non vi è cattiveria né brutalità, solo un incontrollabile istinto a ribellarsi alle oppressioni della famiglia e della società patriarcale in cui vive. Akram con il suo volto scuro, invecchiato, le lentiggini e il capo chino, stona tra le donne occidentalizzate della clinica estetica e non trova posto nemmeno tra le mura di casa dove vengono derise la sua sensibilità all’antica e la sua lentezza di pensiero. Ed è proprio dalla sua ricerca di emancipazione, di rivalsa, che scaturisce il dramma vero motore della narrazione. Tuttavia, la disabilità della donna e il suo apparente squilibrio non la rendono schiava di falsi miti e vane manie di grandezza. Akram pensa per sé stessa, cerca una forma di felicità solo sua, al di fuori degli schemi della società, e guarda con nostalgia quella quiete familiare perduta, intessuta di sacrifici e miserie, di automobili che non partono e soffitti che perdono acqua. A differenza degli altri, Akram sembra anche essere l’unica capace di sentire intensamente, di provare compassione per le angosce della sorella di cui fatica a capire le motivazioni, al contempo struggendosi per quel fratello ormai lontano. Come Boo Ridley di To Kill a Mockingbird, Akram segue un proprio codice morale, macchiandosi apparentemente di delitti mostruosi, incomprensibili per la società, che tuttavia perseguono una logica, un fine segreto. È questo che porta Akram, alla fine della vicenda, a distruggere, in un impeto di rabbia convulsa, quel business familiare responsabile di aver rovinato per sempre il loro piccolo mondo e a commettere quell’ultimo gesto fatale, lasciando  acceso il gas durante la notte, per poter così riunire tutta la famiglia in una dimensione nuova, onirica e surreale, in cui migliaia di funghi allucinogeni dai colori dal viola al blu profondo rivestono i pochi alberi sparuti del cortile, e in cui i tre fratelli si ritrovano infine nel semplice atto quotidiano di spingere di nuovo insieme la macchina fuori dal cancello, uniti nella felicità delle piccole cose solite che ambizioni troppo grandi avevano irrimediabilmente distrutto.

Anna Chiari