11 agosto 2018 -

BLAZE (2018)
di Ethan Hawke

No, Blaze Foley non voleva essere una stella. Non voleva brillare di luce propria ed essere seguito dalle masse, ma essere d’altro canto destinato, come ogni astro, al proprio ciclo e al proprio spegnimento. Blaze Foley voleva diventare una leggenda, un qualcosa che esiste da prima del mondo e che per sempre passerà di bocca in bocca, un qualcosa che non conoscerà mai morte né oblio. Come la musica, come il suono di una chitarra folk di fronte al camino, come una sua canzone. O come l’atmosfera in cui immerge Blaze, quarta fatica come regista di Ethan Hawke Pardo d’Onore a Locarno 2018 presentata per l’occasione sullo schermo gigante di Piazza Grande, che in questo senso si pone come una riappropriazione umanissima, non solo omaggio commosso ma anche atto di giustizia contro un destino beffardo e una società cinica e impietosa, non solo biopic di un artista dalla voce morbida e dall’animo inquieto ma anche tentativo accorato di un risarcimento con il coronamento tardivo del suo sogno. Perché le cose, per Michael David Fuller in arte Blaze Foley, attivo nella musica folk americana fra il 1975 in cui esordiva sulle scene presentandosi come “Deputy Dog” e quel proiettile che lo ha ucciso il primo febbraio 1989 poche ore dopo il suo ultimo concerto, non sono andate esattamente come aveva sperato. Oggi nessuno o quasi ricorda le sue note e le sue parole, la sua persona, la sua vicenda di speranza e di sconfitta, di comuni artistiche hippie e di alcolismo, di tour per i peggiori locali americani causa della fine di ogni idillio e di una morte troppo stupida, ucciso dal figlio ubriaco di un caro amico, per trovarci un senso. E soprattutto nessuno o quasi ricorda la sua storia di un amore troppo puro per finire ma anche troppo intenso per durare, quello con Sybil Rosen, la sua Beatrice, la sua Laura, e poi il suo più grande rimpianto. Nessuno o quasi ricorda l’ancestrale e cupa solitudine che ha vissuto dopo la dolorosa fine della loro storia, nessuno o quasi ricorda la sua malinconia riguardando indietro, a quei tempi passati fra chitarre e campi, a quel figlio perso e mai più concepito, a quelle note tratte dal disneyano Robin Hood che, come il gioco di due bambini innamorati, risuonano in tutta la tenerezza e in tutta la complicità di chi «va per la foresta», fianco a fianco. E nessuno o quasi, in tutto questo, di Blaze Foley ricorda la consapevolezza, delle sue indiscutibili capacità musicali e delle sue possibilità, ma anche del suo destino di emarginato, outsider impossibilitato a vivere fino in fondo la sua vita in una società che non capiva e che non lo poteva capire.

Prende le mosse proprio da questa ingenerosa rimozione il lavoro di Hawke, biopic profondamente onesto e commosso che parte dal più profondo amore per l’uomo al di sotto dell’artista ormai misconosciuto per tentare di consegnare il suo nome a quella leggenda per la quale, in vita e negli anni successivi, Blaze Foley mai ha avuto accesso. Un po’ per l’occasione decisiva da lui stesso sprecata in una sbronza colossale prima dell’audizione che apre il film, un po’ per sfortuna, un po’ per egoismo, un po’ per irascibilità, un po’ per i traumi infantili mai superati a causa di un padre autoritario con il quale solo sul letto di morte scatterà di nuovo quella scintilla di bellezza che sembrava ormai impossibile, e un po’ per un’emotività tanto bruciante da finire per essere forse eccessiva e autolesionistica, con quel dolore intenso e mai placato da quando Sybil Rosen, la sua musa, la donna che gli ha fatto scoprire ed esperire fino in fondo l’amore cambiando per sempre i suoi “If I can only fly” in “If we can only fly”, metà umana e artistica disposta a seguirlo solo fino a un certo punto, ha smesso di essere lì al suo fianco. Per colpa dell’alcool, e finendo paradossalmente, senza alcuna intenzione, per spingerlo ancor più verso l’alcool, verso la definitiva autodistruzione di chi ha perso la propria luce. Si erano conosciuti giovani e figli dei fiori, lui con il sogno di cantare e lei con quello di recitare, e insieme avevano vissuto la campagna e la città, avevano condiviso sensazioni e dolori, avevano deciso – e qui è stato l’errore, l’inizio della fine – di cercare di trasformare le canzoni in contratti, abbandonando quella comunità della Georgia ai confini del mondo per girare gli Stati Uniti fino a perdere loro stessi. Blaze, un po come l’Inside Llewin Davies dei fratelli Coen che il film di Hawke non può che riportare alla mente nelle sue atmosfere e nelle sue tante e splendide canzoni folk, è la storia di uno sconfitto che per tutta la vita è stato costretto dai suoi limiti, dal sovrappeso e da una gamba rimasta un po’ rigida dopo la polio, da un carattere sensibile e depresso eppure irascibile, litigioso e privo di inibizioni, e soprattutto dalla bottiglia, immancabile compagna specialmente prima di doversi esibire, come una nuvola giunta a offuscare e rendere più difficile da cogliere la lucentezza della leggenda. Perché Blaze Foley era già una leggenda. Magari ubriaca ai limiti del patetico, magari triste e litigiosa, magari talmente devastante nel suo buttarsi via che persino Sybil, anche co-autrice della sceneggiatura, non riesce a reggere la visione del non-show e i sensi di colpa nel vedere come Blaze si è ridotto senza di lei fino ad abbandonare il teatro, ma indimenticabile nei suoi testi poetici e nella sua voce angelica che, sin dai tempi dei gospel giovanili di famiglia, aveva sempre donato agli astanti.

Ethan Hawke, quasi a rimettere in pratica quanto imparato da attore sui set di Richard Linklater pure presente in Blaze in un gustoso cameo insieme a Sam Rockwell come (stupendamente improbabile) coppia di produttori discografici, sceglie per mettere in scena vita e ricordo di Foley una narrazione episodica che fra istanti di ironia sorniona, canzoni e puro romanticismo si fa almeno a tratti insospettabilmente potente, risolta in un intrecciarsi magari non particolarmente originale ma pressoché inattaccabile nella confezione e nell’etica di fondo di tre filoni narrativi ugualmente ammantati di ricordo e di trasporto emotivo, che abbracciano vita, morte e riscoperta dell’uomo e dell’artista. Prima di tutto c’è, ovviamente, la vita del cantautore blues-folk, ricostruita con grande rispetto e passione con il suo grande amore e i suoi incontri, con le sue canzoni e i suoi pensieri, con la sua non certo spirituale conversione all’ebraismo – fra le sequenze più divertenti e tenere del film – solo per assecondare i genitori di Sybil e con i suoi amici, con i suoi «Beautiful» duetti canori e con i suoi cap(p)elli e la sua barba sempre più lunghi. E poi, incastonati fra corone di fiori e pendagli al lobo, improbabili camicie del tempo e locali di avanspettacolo in giro per l’America, crisi psicologiche per lo stress del (non) successo e testi scritti da ubriaco sui muri di casa, ci sono gli altri due filoni, entrambi tratti da registrazioni e rimessi in scena senza lasciare nulla o quasi alla fantasia, dai quali e con i quali gli episodi del passato vengono contestualizzati come una scatola cinese di flashback. Il primo è la reale intervista radiofonica in cui Townes Van Zandt, amico e collega, riporterà alla luce e alla memoria d’America il nome di Blaze Foley dedicandogli album e aperture di serata; il secondo, che parte come una (sotto)linea temporale dai racconti di Van Zandt, è la registrazione dell’ultimo concerto di Foley, quello della notte in cui fu ucciso, nel quale è la sua stessa voce reinterpretata in prima persona da un sorprendente Ben Dickey magnificamente grassoccio e impacciato sotto il cappello di ET quella che ripercorre fra un accordo e un verso gli episodi narrati da Ethan Hawke con senso di riappropriazione e giustizia. La musica di Blaze Foley è stata una ricerca di libertà, di abbattimento di ogni egoismo in virtù dell’amore, di immersione fino in fondo nei sentimenti più brucianti. La sua vita è stata amore e abbandono, felicità e dolore, litigiosità e devastazione. La sua morte è stata rimozione, ingiusto oblio, depressione e fallimento. Ora è il momento della (ri)scoperta, poetica e ancestrale, con un cinema che non ha ambizione di svelare chissà quale verità o di giungere a chissà quale profondità, ma che vuole “solo” tenere al centro il cuore e l’amore nei confronti dei suoi personaggi, teso a restituire loro almeno un minimo di quello che non hanno ricevuto. Almeno la memoria, almeno la dignità, almeno la poesia di una riappropriazione intima e agrodolce. Quella del finale, potente e commosso, con lui che si allontana ferito dalla casa in cui gli hanno sparato in attesa che il suo cuore smetta di battere e lei che, tempo dopo, torna nello stesso luogo a piangere il vuoto incolmabile. Nell’intrecciarsi dei piani temporali del montaggio alternato emergono morte e vita, con la stessa amarezza, con lo stesso strazio, con lo stesso pensarsi e appartenersi a vicenda, con lo stesso soffrire l’assenza, con lo stesso mancarsi – letteralmente – da morire. Fino all’omaggio sulla tomba su cui scorrono i titoli finali. Lo stesso omaggio, onesto e sincero, di Ethan Hawke, in un abbraccio cinematografico caldo, coinvolto, emozionato. Forse non proprio leggendario come avrebbe voluto, ma, e non è certo poco, profondamente umano. Come il suo regista, e come il personaggio straordinario che ha fatto rivivere per questi 127 minuti che sembrano volare via come una nota nel vento, eppure rimangono forse per sempre. Come una canzone, come un nastro, o come, appunto, una leggenda.

Marco Romagna

“Blaze” (2018)
127 min | Biography, Drama, Music | USA
Regista Ethan Hawke
Sceneggiatori Ethan Hawke, Sybil Rosen
Attori principali Charles Adams, Edgar Arreola, Charles Barber, Brett Beoubay
IMDb Rating 7.5

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