30 marzo 2018 -

ANTIGONA (2018)
di Pedro González-Rubio

«Se dovessi inviare, come suggerito in qualche racconto di fantascienza, una pagina nello spazio affinché ipotetici esseri extraterrestri possano in chissà quale futuro capire chi siamo o siamo stati, non avrei esitazione: il secondo Stasimo dell’Antigone di Sofocle, quel coro che descrive l’uomo».
Claudio Magris

Improvvisa arriva la sorpresa di Cinema du Reel: Antigona è probabilmente il miglior film del concorso internazionale. Pedro González-Rubio è regista conosciuto nel mondo dei Festival per aver realizzato Alamar (2009), film uscito clandestinamente anche in Italia a più di un lustro di distanza dalla sua realizzazione. Con questo nuovo lavoro gira per la prima volta a Città del Messico, sua città d’adozione dopo una fugace nascita a Bruxelles, e segue l’avventura teatrale di un gruppo di studenti che porta in scena l’Antigone di Sofocle.
Come filmare il lavoro teatrale? Come parlare ancora dell’Antigone senza sembrare banale? Come restituire l’intenso investimento emotivo dei giovani attori? Sono tante le domande che si pone il regista messicano e che riesce a risolvere con un film di potenza sorprendente.
Antigone è la famosa tragedia di Sofocle, rappresentata per la prima volta ad Atene alle Grandi Dionisie del 442 avanti Cristo. Antigone, come sappiamo, è un personaggio che ha attraversato i secoli con innumerevoli opere e letture, da Hölderlin a Brecht, da Alfieri ad Anouilh. È una di quelle figure che trascendono il loro autore e che appaiono universali in ogni tempo. È la tragedia dell’eroina forse più grande d’ogni tempo, è la voce di valori umani assoluti che nessuna legge e nessun potere possono violare. Antigone è un’eroina che in nome di quei principi va a morire, decidendo di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice contro la volontà del Re Creonte.

González-Rubio firma un adattamento al tempo stesso possente e delicato: il film inizia con le prove dello spettacolo, con il regista che si sofferma sugli attori mentre ripetono o leggono il testo teatrale, ma presto si sposta in strada, mentre iniziano enormi manifestazioni per denunciare l’omicidio di alcuni studenti. Le proteste portano alla luce la corruzione dello Stato, e così il film si sviluppa mettendo in parallelo la gioventù antica e quella attuale. Il regista messicano alterna teatro e vita, tra situazioni tragiche e desiderio di libertà.
Antigona formalmente è un documentario un po’ costruito, molti fatti sono apertamente messi in scena e Gonzales-Rubio muove la camera evidenziandolo. Il regista messicano nato in Belgio esplicita questa scelta già dalla prima inquadratura, con una quinta teatrale che si apre davanti ai nostri occhi, e prende così una decisione narrativa coraggiosa, magari non nuovissima – viene in mente a La Schivata di Kechiche, ma non solo –, ma che riesce ad articolare un discorso drammatico su più piani, mostrando un livello di complessità estremamente elevato.
Fernanda/Antigone è la protagonista del film, e riempie lo schermo con due occhi che rapiscono e con una fisicità eclatante. È toccante quando ripete, sul suo letto, una frase-chiave che condensa le sue ansie adolescenziali: «Chi imploro io per aiutare il mio desiderio?». Questa domanda, nel Messico contemporaneo, riassume tutte le aspettative di una generazione che il film riesce a ritrarre in modo affettuoso, partecipe, sincero. Forse nessuna opera come l’Antigone rappresenta il conflitto fra dovere e ribellione, fra valori assoluti e responsabilità, e ogni volta che viene messa in scena divampa con bruciante violenza e attualità. Antigone è una figura assoluta, che il regista messicano raddoppia con la cornice del cinema, dove il palcoscenico del teatro diventa uno spazio di libertà da costruire: «mi chiedo se siamo in un posto dove possiamo essere giovani, o se dobbiamo creare un altro spazio», chiede un altro attore/studente nel corso delle discussioni che avvengono tra una prova e l’altra. La lotta, le manifestazioni e la politica nella sua purezza irrompono nella narrazione.
Il parallelismo più evidente con l’opera di Sofocle è ovviamente il discorso che González-Rubio fa sulla condizione della donna in Messico. La ribellione di Antigone, infatti, in una società come quella dell’antica Grecia dove la politica era esclusiva degli uomini si carica di molti significati, e il suo gesto è rimasto dopo millenni un esempio sorprendente di complessità drammaturgica. È evidente come la messa in scena di oggi abbia un significato ben chiaro e fortemente politico – recentemente un osservatorio internazionale ha definito il Messico odierno una “democrazia simulata” e si leggono spesso notizie tragiche, come l’uccisione di giornaliste che indagavano contro il governo o contro i narcos -, specialmente in quello che, da Zapata in poi, è storicamente il Paese delle grandi Rivoluzioni, ormai svuotate nell’ironico nome del PRI – Partito Rivoluzionario Istituzionalizzato (sic!) – che è al potere da decenni.

In questo contesto è bene sottolineare che la ribellione di Antigone in Sofocle riguardava anche le convenzioni sociali che vedevano la donna sottomessa e rispettosa della volontà dell’uomo. Nel suo ribellarsi, Antigone è però una figura meno dirompente di altre eroine greche come Clitemnestra o Medea, poiché la sua azione non è rivolta a scardinare le leggi su cui si fonda la πόλις, ma a tutelare i suoi affetti familiari. Il discorso sulla famiglia è particolarmente stratificato anche perché Hegel nell’Estetica, ispirandosi all’Antigone mette in evidenza il dissidio tra legge della famiglia e legge dello Stato. Ed è proprio nel rapporto con le famiglie che il film di Gonzáles-Rubio mostra la sua forza più dirompente: quella dei ragazzi non è una semplice ribellione, ma un cercare di formarsi, un cercare di capire se stessi. Il regista segue i ragazzi in molteplici momenti familiari o in relazioni private, e proprio il padre di Fernanda/Antigone dice alla ragazza una frase simbolica: «essere donna oggi è una responsabilità». Le ragazze si sentono come straniere in patria, e in questo mescolarsi di narrazioni scopriamo le storie di padri emigrati negli Stati Uniti o che consigliano alle figlie di lasciare il paese. Le ragazze invece rimangono e recitano l’Antigone, questa volontà è ben raccontata da González-Rubio che ci mostra contemporaneamente le loro vulnerabilità, i tentativi di felicità ma anche le loro ferite sulla pelle e nell’animo, il rapporto costante con la morte e con il corpo violentato, il sogno di rimanere giovani ed essere liberi. Ne esce così un affettuoso ritratto di ragazzi che citano Bertolt Brecht e Samuel Beckett, ma che sono tutt’altro che pronti per una ribellione vera e propria.
Presentando lo scontro tra privato cittadino e Stato dispotico, è importante ricordare alcune rappresentazioni emblematiche dell’
Antigone: ad esempio quella di Brecht, guarda caso, o di Salvador Espriu contro i rispettivi regimi oppressivi (la Germania nazista e la Spagna franchista). Nel 1967 in Germania l’opera venne messa in scena anche dal Living Theatre: da una parte un Creonte dispotico e vanaglorioso, che castra i suoi consiglieri, li riduce a cani e parla a un popolo in ginocchio; dall’altra un’Antigone, che rappresenta l’anarchia, dal viso triste e perennemente meravigliato. Non è casuale che abbia citato queste rappresentazioni poiché, nel cortocircuito in cui ci si trova quando si vedono i film ai festival, è stato magnifico immergersi nella retrospettiva Pour un Autre 1968 che è in corso a Cinema du Reel, e questo mi ha fatto pensare a Germania in autunno (1978), fondamentale film collettivo tedesco nel quale Schlöndorff, nel suo capitolo, racconta un episodio di censura capitato a un’Antigone (di Böll), dimostrando così il totale asservimento della televisione al potere politico.
Tornando al film e concludendo, bisogna dire che ogni tanto González-Rubio eccede in qualche simbolismo, ma il lavoro mantiene una forza politica costante, un’intensità e una sincerità che si sente sulla pelle. Sempre Fernanda/Antigone, in un finale commovente, racconta che qualche anno prima un loro insegnante aveva definito lei e i suoi compagni di classe “la generazione sorridente”. Lo dice davanti alla camera con gli occhi quasi lacrimanti, e infatti poi aggiunge che ora il sorriso se lo devono conquistare ogni giorno, vivendo e combattendo contro un pericolo permanente. Il che è esattamente quello che dovrebbero fare tutti i giovani di questo mondo.

Claudio Casazza

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