14 Febbraio 2016 -

AKHER AYAM EL MADINA – IN THE LAST DAYS OF THE CITY (2016)
di Tamer El Said

Se non si può avere il tutto, il nulla è la vera perfezione. Mi perdoni quest’eccesso di citazioni, ma noi critici facciamo quello che possiamo. La nostra vera missione è spazzare via le migliaia di aborti che ogni giorno, oscenamente, tentano di venire al mondo. E lei vorrebbe addirittura lasciare dietro di sé un intero film, come lo sciancato si lascia dietro la sua impronta deforme? Che mostruosa presunzione credere che gli altri si gioverebbero dello squallido catalogo dei suoi errori. E a lei che cosa importa cucire insieme i brandelli della sua vita, i suoi vaghi ricordi, o i volti delle persone che non ha saputo amare mai?
Carini a Guido,

Sembrerebbe un’associazione improbabile, e probabilmente lo è, accostare tutta quella serie di film/derive che esistono solo nell’atto del non vedere la luce, e che dall’impossibilità pura condensano e rispostano energia in uno spazio filmico altro, che si trova sempre a interrogare prepotentemente se stesso. Non sappiamo se Tamer El Said ha pensato a tutto ciò, probabilmente no, quando si trovava nel centro del Cairo nel tentativo improbo di dare vita ad un’opera, in un organismo cittadino e sociale che nell’inverno di sei anni fa stava già diventando sempre più estraneo anche a coloro che sono nati lì. Si percepisce subito che Khalid è il suo alter ego romanzato, un regista alla ricerca di un appartamento, mentre sta lottando per fare un film che catturi l’anima della sua città, quando la sua stessa vita pare sfuggirgli. E così dall’enorme vetrata di casa passa giornate e giornate a guardare le immagini (delle immagini) delle cose; scruta le sue riprese come se stesse aspettando da loro una sorta di significato. È in confusione come uomo, in crisi come autore, cerca punti di riferimento nel mondo esterno per trovare appigli creativi e vitali dentro di lui. Ma in questa lunga serie di addii e distanze impossibili da colmare trova il suo personalissimo senso dell’andare avanti attraverso la difficoltà e la bellezza di vivere, proprio negli ultimi giorni di libertà –In the last days of the city, appunto- della sua città.

Il film nasce dall’urgenza, quella storica che diventa umana, la crisi e la guerra in cui i movimenti di protesta nell’Egitto (e non solo) erano una realtà tangibile e l’estrema povertà del popolo stava generando un cortocircuito insostenibile. Il film è una testimonianza ai confini fra finzione e realtà talmente poetica da permettere all’opera di rispondere alla vita nella città e nel quale quasi tutti i personaggi giocano semplicemente la parte di loro stessi. Le perdite sono reali, come le fughe, ed il film perdeva così progressivamente di senso tanto da diventare la testimonianza di se stesso, di due anni e tre inverni di sforzi, di sguardi e di sogni. Il vagabondare di Khalid collima con la storia delle riprese strutturate come un’improvvisazione epica, tra attori persi e ritrovati, paesaggi e luoghi completamente mutati. Le duecentocinquanta ore di riprese così assumono un senso di continuo mutamento nelle traiettorie che la Storia intraprende a discapito delle storie stesse; il senso acquista significati diversi e così l´umanissima deriva del suo protagonista/autore è il nostro occhio che trasla tra la una e le altre, senza direzione, ma con il desiderio drammatico di comprensione. Emerge fortissimo un aspetto fondamentale del viaggio del film che è stato un comune desiderio di confrontarsi con gli ostacoli tecnici ed esistenziali di realizzazione e che trovano in Khalid uno splendido antieroe, che al vivere ha preferito guardare e che oramai lascia che le cose gli accadano senza essere minimamente in grado di comprenderle.

Ma in fondo è proprio Khalid a muovere tutto, a partire dalle persone che ha intorno, quanto più lui si concentra, si preoccupa, si guarda per loro, più essi sembrano scomparire. Addii dolcissimi, che si protraggono, scomponendosi in momenti definiti da falsi raccordi e da voci che si susseguono, filtrati da una fotografia caldissima che disegna lunghi piani pieni di tenerezza. A lui però rimangono solo le immagini, come quando si saluta con la sua ragazza che lo sta lasciando, o come quando abbandona al destino della morte la sua madre malata (che se ne andrà davvero, prima che il film fosse montato). Ancora più astratti sono i saluti agli amici che tornano al Cairo e a lui come punto di riferimento fisso, ma entrambi li non trovano più stimoli e possibilità, uno vive nella sinistra Baghdad, l’altro è rifugiato a Berlino, il terzo in una turbata Beirut. Anche loro oramai appartengono a Khalid solo in forma di immagine, e quando decidono di inviargli materiale video dalle loro città, non è tanto nel tentativo di aiutarlo con il suo film, ma in quello ben più arduo di preservare qualcosa che ancora associano con il Cairo tramite questo legame, pienamente consapevole che è già una fantasia distante come un tramonto. Nel finale così Khalid è pienamente solo, nella sua follia accumulativa di materiale e cose, nelle sue turbe etiche della visione, come nella sua mancanza di atto e di interazione con i drammi che continuamente vede perpetrarsi in strada. É incapsulato nel suo film impossibile, come in un labirinto di specchi in cui qualsiasi immagine rimanda ad un altra, e dove tutto è già doppiamente ed eternamente passato. Ma in questa apparente desolazione c’è uno scarto, un piccolo frammento che sconvolge il suo caos astenico, apre l´enorme finestra di casa sua e il vento sconvolge tutto, come per magia, e lui in questo respiro d´aria fresca s´abbandona. Lascia il tavolo da cui guardava il mondo, mentre la camera lentamente chiude sullo schermo del suo pc. Di fronte c’è uno dei suoi amici, guarda in camera per un tempo che pare lunghissimo, e poi lo invita ad andare avanti, nella dialettica della vita, l’unica possibilità che rimane a noi tutti, prima dell’oblio. Ecco che torniamo all’inizio, tutto torna più chiaro, più vivo, in questo splendido film quasi senza rumore in cui il tempo è superato dalla storia, e in cui comunque il film stesso, al di là di tutto si farà, perché il cinema è sempre li, fermo e in moto a guardarci, con l’illusione continua che ci stiamo muovendo. Almeno per Khalid, spinto da quel vento, è così.

Erik Negro

“In the Last Days of the City” (2016)
118 min | Drama | Egypt / Germany / UK / United Arab Emirates
Regista Tamer El Said
Sceneggiatori Tamer El Said, Rasha Salti
Attori principali Khalid Abdalla, Laila Samy, Hanan Youssef, Mariam Saleh Saad
IMDb Rating N/A

Articoli correlati

A ROAD (2015), di Daichi Sugimoto di Marco Romagna
LES SAUTEURS (2016), di Moritz Siebert - Estephan Wagner - Abou Bakar Sidibé di Marco Romagna
HAIL CAESAR! (2016), di Joel e Ethan Coen di Max Borg
THE ILLINOIS PARABLES (2016), di Deborah Stratman di Erik Negro
A LULLABY TO THE SORROWFUL MISTERY (2016), di Lav Diaz di Marco Romagna
KATE PLAYS CHRISTINE (2016), di Robert Greene di Marco Romagna