28 Agosto 2019 -

76ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica_28.08-07.09.2019_Presentazione

«Out of the way
It’s a busy day
I’ve got things on my mind
For the want of the price
Of tea and a slice
The old man died»
Pink Floyd, Us and Them

Pablo Larraín torna in Cile con Ema, James Gray va nello spazio con il suo attesissimo Ad Astra, Roman Polanski viaggia nel tempo fino all’affare Dreyfus con il suo J’accuse e Franco Maresco, senza muoversi dalla sua Palermo, torna dal Ciccio Mira di Belluscone per dimostrarci che La mafia non è più quella di una volta. E poi ci saranno Steven Soderbergh alle prese con The Laudromat, Olivier Assayas con Wasp Network, Yervant Gianikian con il secondo capitolo di I diari di Angela – Noi due cineasti, e ancora il De Filippo di Mario Martone, il Joker drammatico di Todd Phillips cucito sul talento di Joaquin Phoenix, la lotta contro Putin secondo Alex Gibney, l’Effetto domino di Alessandro Rossetto, il tibetano Pema Tseden con il suo Qiqiu, il nuovo esordio nell’Occidente della terra di Francia di Hirokazu Kore-eda, la Gloria Mundi secondo Robert Guédiguian e il Martin Eden con cui Pietro Marcello, nel suo consueto 16mm questa volta di pura finzione, rilegge Jack London. Fino al ritorno di Giuseppe Capotondi una decade esatta dopo La doppia ora, a Roy Andersson, a Ciro Guerra, a Sergej Loznitsa, a Noah Baumbach, ad Haifaa Al-Mansour, a Costa-Gavras, all’animazione di Yonfan, a Francesca Archibugi, a Gabriele Salvatores, al guatemalteco Jayro Bustamante, a due puntate del The New Pope sorrentiniano, e infine all’Us+Them film-concerto di Roger Waters. Senza dimenticare la proiezione speciale (e, si spera, finalmente nell’originario e pressoché perduto 4/3) per i vent’anni di Eyes Wide Shut, il restauro del Crash cronenberghiano e dell’Hopper di Out of the Blue, gli omaggi “classici” a Bertolucci, De Oliveira e Buñuel, e l’evento in cui lo stesso Tsai Ming-liang, con inedita performance, ripresenterà il suo capolavoro Goodbye Dragon Inn. Più, ovviamente, le sorprese che arriveranno dalle opere prime della Settimana Internazionale della Critica, ancora capitanata da Giona Nazzaro ma rinnovata nel comitato di selezione con l’ingresso, fra gli altri, del supervisore del progetto editoriale di Sentieri Selvaggi Simone Emiliani.
Ma sarebbe esercizio quanto mai sterile, questa volta, divertirsi a cercare quello che c’è, quello che ha invece preferito Toronto, quello che si dava per scontato, quello che si sperava che ci fosse o che non ci fosse, quello che (non) si sarebbe voluto. Sarebbe più che mai vuoto contare il numero (questa volta particolarmente esiguo, per essere Venezia) dei titoli realmente cerchiati in rosso e particolarmente attesi in una marea di proposte più o meno interessanti, come nel più classico dei ce l’ho mi manca di fronte alle figurine Panini, solo che al posto dell’album da completare c’è un programma festivaliero da analizzare. Un Festival non è un gioco e nemmeno una mera raccolta della futura stagione di film, e tanto meno lo può essere una Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, organo interno alla Biennale – d’Arte, appunto – di Venezia. Un Festival deve, o per lo meno dovrebbe, avere una linea ben chiara su cui impostare la sua programmazione, deve, o per lo meno dovrebbe, ampliare il più possibile il suo campo di ricerca geografico e linguistico, deve, o per lo meno dovrebbe, lavorare nel tentativo di far dialogare opere differenti fra di loro fino a farne emergere nuovi sensi. Ed è questo, sbarcando al Lido per l’edizione 2019, ciò che appare meno semplice da scorgere. Il punto non è quello che, fra parterre de roi, seconde linee e film che è onestamente difficile capire come possano trovare spazio nelle kermesse principali (Atom Egoyan ancora in concorso, ma anche la versione rimontata in ordine cronologico – perché? – dell’orribile Irréversible di Gaspar Noè, oppure il documentario su Chiara Ferragni prodotto dalla stessa fashion blogger che tanto sta tenendo banco nelle sterili polemiche da social), sarà al Lido in questi giorni di Venezia76, e il punto non è nemmeno sui singoli titoli e autori di quello che non ci sarà, dai fratelli Safdie che, non-memori del lavoro pluriennale di Venezia sui loro “compagni d’avventura” nella riscrittura del linguaggio hollywoodiano S. Craig Zahler e Brady Corbet hanno preferito Toronto, a Kelly Reichardt che, così come Martin Scorsese e il suo The Irishman dalla postproduzione (in)finita, sarà invece a New York. Semmai, il vero problema della Mostra 2019 è la totale assenza di un film giapponese in tutta la selezione ufficiale, semmai il vero problema è il ruolo del tutto marginale del cinema africano, semmai il vero problema è la mancanza di una linea di sguardo chiara che non sia semplicemente cercare la competizione con Cannes cercando di prendere, semplicemente, il meglio che si può trovare fra gli usati sicuri, per poi passare alle seconde scelte quando non è possibile avere i più grandi nomi.

Soprattutto nell’anno in cui Cannes è tornata a fare la voce grossa con una selezione da asso pigliatutto, il fatto che il programma della Mostra veneziana sia, sulla carta, fisiologicamente meno avvenente rispetto alle ultime e particolarmente fortunate edizioni potrebbe apparire come una logica conseguenza, e in parte lo è. Ma solo in parte, non del tutto. Il resto è da imputarsi a linee programmatiche a tratti incerte e contraddittorie, a limiti di programmazione, a troppa poca ricerca. Perché il vero problema di Venezia sono i continui cambi di prospettiva che emergono dal suo procedere (il Sudamerica preso e abbandonato a seconda delle annate, l’Asia che arriva a corrente alternata, il coraggio intermittente nelle scelte su quale vetrina affidare all’uno o all’altro autore), sono le retrospettive ormai del tutto abbandonate per seguire Cannes nella mera presentazione degli ultimi restauri, e più in generale è l’apparente mancanza, specialmente pochi giorni dopo il livello medio altissimo delle opere prime, seconde e terze di Cineasti del Presente di Locarno72, di un reale sguardo su Orizzonti, di una reale volontà di scavare nei territori cinematografici meno battuti e scoprire nuovi talenti e nuove tendenze, che nelle linee programmatiche della Biennale dovrebbe ovviamente essere affiancata alle star sul tappeto rosso. Così come è rosso – anche se in realtà la sua funzione è ancora un insoluto giallo – il cubo della Sala Giardino sede di quella sezione Sconfini che, anno dopo anno, non si riesce ancora a capire che cosa sia se non un calderone in cui buttare quello che non si riesce a programmare altrimenti, mettendo insieme senza soluzione di continuità picchi e tonfi qualitativi di film che nulla o quasi c’entrano l’uno con l’altro. Eppure, nel progressivo autodistruggersi e procedere verso il baratro della cultura non solo italiana, è molto meglio avere qualche idea confusa di chi sa lavorare che le quasi sempre pessime idee delle pedine del Potere. E questa Venezia per molti versi rabberciata e altalenante del Barbera-bis, per quanto mai realmente alla pari di una Venezia degli anni mülleriani, finirà molto probabilmente per mancarci.
Ci mancherà perché, con tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti, con il suo pugno più o meno sparuto di titoli imperdibili, con le sue più o meno sporadiche intuizioni, ma soprattutto con il lavoro straordinario dei suoi collaboratori (in testa Giulia D’Agnolo Vallan, ma non solo), oppure con la capacità innegabile dello stesso Barbera di alzare il telefono e convincere a voce e da amico Yervant Gianikian a mettersi al lavoro sui materiali della sua vita con Angela, in qualche modo questa Mostra ce la fa sempre. E se la si bacchetta, se la si critica anche duramente, non è per essere disfattivi o per lamentarsi di una gestione in ogni caso ben più che sufficiente, ma è solo per spronarla a fare – come potrebbe/dovrebbe – ancora meglio. Una critica da sostenitori per cui quello al Lido fu nell’ormai lontano 2007 il primo Festival della vita, una critica da amici, da parenti che ben conoscono le potenzialità infinite di un eterno ragazzo che ha talvolta il piccolo difetto di impigrirsi, ma che, per lo meno con Barbera, non cadrà mai per davvero. Con l’ottimo programma dello scorso anno, in cui era banalmente lunga – così come lo è stata quest’anno per Frémaux a Cannes – la lista di big con il film pronto, o come con quello che sta per iniziare, forse con meno grandi nomi del solito, molto probabilmente con qualche diottria di miopia in uno sguardo che avrebbe potuto intercettare più bagliori di comete in celluloide che sono invece stati o saranno presentati in altri lidi, ma in potenza con una maggiore possibilità di sorprese. Non solo per l’indiscutibile fascino dell’arrivo in motoscafo, non solo per l’importanza storica e per il prestigio del Festival più antico del mondo, non solo per la sempre magnifica cornice e per i Briez Taylor che, con il loro brie, uovo, prosciutto e salsa rosa, costituiscono probabilmente la più grave mancanza di ogni altro Festival d’Europa escluso Berlino con i prezzi popolari e la varietà culinaria suo Arkaden, ma per la relativa sicurezza e stabilità che l’attuale gestione sa dare, e che dal 2021 in cui secondo contratto il gruppo Barbera verrà sostituito senza un reale nome forte all’orizzonte non sarà più così scontata. Ma per ora non pensiamo troppo alle incertezze del futuro, concentriamoci sul presente, su quello che stiamo per vedere. Non resta che spegnere le luci e accomodarsi sulle poltrone della Sala Grande, della Sala Darsena, della Sala Perla. Non resta che aspettare sempre i soliti momenti, il cronometro di Francesco Puma che si impalla a metà di un film, quel violento scroscio di pioggia – magari l’unico – che non potrà che scatenarsi esattamente nel bel mezzo di una fila esterna per una delle poche sale con difficoltà d’accesso, quella corsa trafelata e sudaticcia nella mattina in cui sembra impossibile trovare parcheggio, o ancora quel piacere assurdo che danno l’oliva e la fettina d’arancia in uno spritz fatto come si deve. Inizia lo spettacolo, ancora una volta, con una nuova sigla ma nello stesso posto, alla stessa ora, allo stesso modo di sempre. Per lo meno per ora. E per fortuna. Teniamocelo stretto, finché dura.

Marco Romagna

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