5 Dicembre 2015 -

33TFF – A PROPOSITO DI ORSON WELLES

Per dare un’identità visiva ben precisa alla sua trentatreesima edizione, il Torino Film Festival ha dedicato il suo poster ufficiale – e parte della programmazione – a quella figura affascinante e contraddittoria che è Orson Welles, di cui si festeggia quest’anno il centenario della nascita (6 maggio 1915), abbinato al trentennale della scomparsa (10 ottobre 1985). Per dieci giorni, quindi, la fisicità imponente di Welles ha accompagnato l’iconografia del Festival, facendo capolino anche in tre film programmati nella sezione Festa Mobile: Rapporto Confidenziale e, ovviamente, l’imprescindibile Quarto potere. Quest’ultimo è il film che rappresenta il paradosso della carriera di Welles, che ottenne il diritto al final cutper la sua opera prima e poi dovette, ogni volta, litigare con le major per far uscire i suoi lavori successivi, mai nella versione che voleva lui. Con Hollywood aveva un rapporto di amore-odio, continuando a lavorare in progetti per lui indegni al fine di tentare di inseguire qualche sogno impossibile. Basti pensare ai due estremi della sua carriera cinematografica: da un lato, il già citato Quarto potere, l’esordio che, all’età di 26 anni, lo trasformò in un autentico fenomeno; dall’altro, il giocattolone animato Transformers: The Movie, nel quale Welles prestò la voce al divoratore di pianeti Unicron (morì appena cinque giorni dopo l’ultima sessione di doppiaggio). Un capolinea alquanto curioso e bizzarro, soprattutto se si pensa alla frase (apocrifa, ma non per questo meno poetica) pronunciata da Welles – con le fattezze di Vincent D’Onofrio e la voce di Maurice LaMarche – in Ed Wood di Tim Burton: “Vale la pena lottare per la propria visione. Perché passare la propria vita a realizzare i sogni degli altri?”

Di Welles si ricorda l’appetito vorace, in tutti i sensi (Alejandro Jodorowsky lo convinse a recitare nel defunto Dune promettendogli, ogni giorno, ciascun pasto preparato dal suo chef parigino preferito); i disaccordi furiosi con le major, che odiava ma di cui aveva bisogno per mostrare al pubblico il suo lavoro (il montaggio originale de L’orgoglio degli Amberson rimane, ancora oggi, un oggetto del desiderio introvabile per gli studiosi); l’interpretazione magistrale ne Il terzo uomo di Carol Reed (complice la penna di Graham Greene), forse l’unica volta, insieme al sublime La Ricotta di Pasolini, in cui l’attore-autore fu completamente a suo agio in un progetto altrui; gli adattamenti delle opere di Shakespeare, radicali all’epoca e oggi visti come classici (difficile pensare al personaggio di Falstaff senza associarvi automaticamente la figura di Welles); la trasposizione radiofonica de La guerra dei mondi di H.G. Wells, che dimostrò fin da subito il talento recitativo di un attore a tratti sottovalutato; e il genio assoluto esibito in Quarto potere<, una lezione di drammaturgia cinematografica realizzata con una padronanza del mezzo filmico che ancora oggi lascia a bocca aperta. Ma anche il viaggio nel delirio kafkiano de Il processo, la dissoluzione del suo matrimonio con Rita Hayworth ne La signora di Shanghai, il cameo nel Moby Dick di John Huston e nel primo lungometraggio dedicato ai Muppets (nei panni, ironia della sorte, di un pezzo grosso di Hollywood), l’analisi accorta e divertita della natura della menzogna nel fondamentale F for Fake. Senza dimenticare le pubblicità per i prodotti surgelati della Findus (vale la pena cercare in rete l’audio di Welles che inveisce contro le indicazioni assurde del regista di uno spot per piselli), o il già menzionato Unicron. Tutte sfaccettature di una vita e una carriera a trecentosessanta gradi, ricca di contraddizioni e misteri, che ancora non ha finito di raccontare storie. A cominciare da quell’opera prima, la cui battuta di avvio e commiato riecheggia sempre nella memoria dei cinefili, facendo riaffiorare immagini di un altro tempo, un altro cinema: “Rosebud…”

Max Borg

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