8 giugno 2017 -

13 REASONS WHY (Stagione 1) (2017)
di registi vari

Tredici, brutto titolo per tradurre l’originale 13 Reasons Why, è una serie TV Netflix. Prima di aprire una (qui non necessaria) discussione sui pregi e i difetti della ormai universalmente nota piattaforma streaming prendendo in considerazione anche i recenti eventi di Cannes tra Almodovor e i film di Bong Joon-ho e Noah Baumbach, si può comunque parlare di qualcosa che riguarda Netflix, ovvero la passione, nelle serie da esso distribuite, per le tematiche sociali di difficile comprensione e sottigliezza. Tra Dear White People e una certa predilezione nei confronti di prodotti liberal o provocatori, incluse serie davvero interessanti come BoJack Horseman, il servizio streaming più grande e celebre al mondo ha ormai un catalogo decisamente legato a una mentalità giovanile americana e democratica, legata ai valori di un’età, al famigerato successo dei prodotti legati così indissolubilmente alle mode adolescenziali, a quest’idea pericolosissima di “culto” istantaneo che porta molti di questi prodotti seriali a essere calcolati a tavolino fino al perdere personalità. Tra tutti questi, Tredici è di gran lunga quello di cui si è discusso di più, tanto sui social network quanto sui giornali, con un attacco morale di Selvaggia Lucarelli alla rappresentazione della protagonista su Il Fatto Quotidiano. La storia gira attorno a una di queste problematiche: il suicidio adolescenziale. Hannah Baker, suicidatasi a 17 anni dopo una serie di sventure di cui nessuno sembra parlare nell’ambiente scolastico, lascia 13 audiocassette a una serie di persone della propria vita come spiegazione dei motivi per cui si è suicidata: queste persone cominciano a passarsi le audiocassette finché non finiscono nelle mani di Clay, il cui ruolo nella vicenda diventa lentamente diverso rispetto a quello degli altri. Cercando di immedesimarmi nella sistematica ricostruzione dei propri mali della vita da parte di Hannah, il sottoscritto, perdonatemi il personalismo, ha deciso di scrivere quello che segue come le 13 audiocassette con cui la ragazza fittizia inventata dal romanzista Jay Asher, ovvero in 13 punti. Non sono considerazioni scindibili in “pro” e in “contro”, bensì sono semplicemente cose di cui ha senso parlare, ragioni o motivi per cui 13 Reasons Why, nel bene e nel male, è un prodotto su cui è giusto in un modo o nell’altro discutere. Tenendo ovviamente anche in considerazione che è una serie più per adolescenti che per appassionati di cinema e TV, e che comunque forse dovrebbero vedere in particolare più i genitori e gli insegnanti che gli studenti.

 

  1. Didascalismo stilistico e dei ritmi adolescenziali

Molti prodotti Netflix sono profondamente didascalici, ma lo possono essere in maniera diversa. Si può pensare per esempio sia a Orange is the new black sia a Narcos, ma entrambi descrivono situazioni sociali reali cercando di umanizzarne gli aspetti – e la seconda lo fa con un approccio molto documentaristico. Il problema di Tredici è che, invece che usare il comportamento e le emozioni come pretesto per addentrare nell’impatto emotivo di questo problema sociale, trova proprio nel comportamento e nelle emozioni una resa didascalica. È però possibile che, come in Westworld o in Twin Peaks (in due modalità qualitativamente distanti), questa sensazione del luogo-cartolina/stereotipo sia volontaria per distruggere alcuni preconcetti e cliché sull’intrattenimento in queste collocazioni? C’è una storia lunghissima, in America, di prodotti seriali e cinematografici sull’ambiente liceo, sulla purezza nostalgica della sua innocenza quanto sull’oscurità che si cela dietro di essa – e appunto Twin Peaks può far parte di questa categorizzazione, in maniera più oscura, ampia e universale. Tredici potrebbe dunque essere un lavoro di distruzione di queste idee, ma allo stesso tempo ci sguazza dentro senza avere il coraggio di criticarsi, di mostrarsi come un qualcosa che può superare questi limiti. Un esempio estremo e diretto di questo didascalismo può essere trovato nel primissimo episodio: in un’epoca come quella digitale in cui la fruizione della musica è ormai completamente libera, i Joy Division, da gruppo post-punk mediamente conosciuto solo da chi ha vissuto la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, hanno trovato una nuova popolarità nell’adolescenza, fino a far diventare la copertina del loro primo album Unknown Pleasures (1979) un simbolo d’abbigliamento, che ormai ha perso significato come forse avrebbe voluto il Warhol più estremo, quello di Mao (1973). In un momento dunque in cui i Joy Division sono solo simbolo di un qualcosa e non più rappresentazione di quel qualcosa, l’utilizzo smodato e ostentato di riferimenti a essi con tanto di colonna sonora che include, di tutte le loro canzoni, proprio quella più famosa (Love will tear usa part again) può risultare decisamente gratuito e poco sincero. La colonna sonora e i riferimenti musicali sono sempre abbastanza didattici, spiegati ed esplicitati senza troppi fronzoli né troppa sagacia, passando da Echo & the Bunnymen a St. Vincent, dai Codeine (che fanno una cover dei Joy Division) ai Car Seat Headrest – mantenendosi quindi o nell’ambiente indie o nella storia della musica. Tuttavia, la pop-star Selena Gomez, già tra le protagoniste di Spring Breakers (2012) e sicuramente tra le figure più importanti della scena della musica commerciale contemporanea, ha composto una leccata e ruffiana canzone per la colonna sonora della serie, della quale è produttrice esecutiva: l’incongruenza non è forse da denunciare, ma è sicuramente presente.

  1. Bianco e nero

Per “Bianco e nero” non si intende il livello cinematografico della visione, il bianco e nero contrastato al colore. Bianco e nero sono i due estremi di uno spettro cromatico per valutare la profondità e la resa della costruzione dei singoli personaggi della serie. C’è un evidente problema, soprattutto all’inizio: non sembra trasparire il grigio, con le sue sfumature. In una situazione drammatica come quella raccontata, in cui colpevolezza e innocenza sono difficilmente distinguibili, il grigio dovrebbe essere l’unico spettro presente. Con relativamente poco tempo da utilizzare e una serie di personaggi che non include soltanto Hannah Baker e i recipienti delle audiocassette ma anche una serie di figure di contorno che includono insegnanti e genitori, una vera profondità poteva sembrare di difficile raggiungimento sin dall’inizio; però lo sguardo apparentemente onnisciente di Hannah inganna lo spettatore nel prendere momentaneamente una via ben precisa, seguendo un cuore triste e vendicativo invece di posarsi sull’oggettività dei fatti, spiegata più in là attraverso riprese che non seguono né lei né Clay. Sembra più una partita a scacchi che una messa in discussione del mondo interiore di questi personaggi…

  1. Grigio

…o almeno ciò vale finché non appare, questo grigio. Già alcuni personaggi (per la precisione lo stolido e in realtà insulso Tony e il più stratificato Alex) si trovavano, sin dall’inizio e con diverse motivazioni, all’interno di questa ambigua fase, ma lentamente sembra subentrare una possibilità di via di mezzo. Pur demonizzando le azioni di tutte le persone che hanno ferito Hannah Baker, Tredici non demonizza gli esseri umani e ha i suoi momenti riflessivi su come i retroscena sociali di questi pseudo-carnefici possano influenzare le loro decisioni. Certo, viene speso molto tempo per entrare nel vivo e in una spiegazione più approfondita di quella dualità che tendenzialmente può avere ogni essere umano, compresi gli adolescenti più ignoranti e stolti che magari nel periodo liceale possono irritare e sembrare macchiette anche nella vita reale – e non a tutti i personaggi viene riservato un trattamento umanizzante. Alcuni, probabilmente, non se lo meritano. Ma per duplicare i sensi di quello che è etico e di quello che l’etica può mettere in discussione, sarebbe stato necessario forse comunque mettere in chiaro la questione sin dal principio. Anche se c’è da tenere in considerazione che questa invisibilità mentale ambigua fa parte comunque del profilo dei due protagonisti.

  1. Hannah

Tutto nasce con il suicidio di Hannah, interpretata dalla bella e brava Katherine Langford che sicuramente avrà un futuro da star televisiva. Ma Hannah vive attraverso i flashback, attraverso la propria voce e il proprio senso vendicativo e caotico. In una serie che si pone da prima della sigla come una storia contro il bullismo, le sue derivazioni e le sue conseguenze, avere una protagonista iconica e pop può essere tanto importante quanto rovinoso. Hannah è l’esatta riflessione stereotipata di un tipo di spettatrice Netflix, nonostante la sceneggiatura ne soffochi gli aspetti politicizzati mettendo in risalto le sue auto-imposizioni morali che sono, alla fine, al centro della vicenda: da un punto di vista politico può essere stata una buona idea, perché mettere un personaggio sessualmente (più) ambiguo o di colore avrebbe solo potuto alzare la fiamma del rogo messo in piedi dagli speculatori moralisti che preferirebbero direttamente non parlare di certe cose, nascondendole sotto il tappeto. Polemiche, queste, che comunque hanno avuto modo di respirare e di essere discusse. La macchina da presa non segue Hannah con perversione ma fa di tutto, più che per farla vivere, per trovarle un posto nell’immagine con una luce diversa, positiva, mischiando le luci prevalentemente gialle del suo mondo con quelle prevalentemente bianche o più scure del mondo di Clay. Hannah probabilmente non mente spudoratamente sempre, ma allo stesso tempo viene sempre messa in discussione, accusata di aver esagerato per richiedere attenzioni; ma questo suo atteggiamento è puramente adolescenziale, è solo una deformazione di un qualcosa che è insito in tutti i suoi coetanei, un senso di giustizia che va oltre i limiti imponibili dal raziocinio. È una vittima della propria debolezza, che gioca, con la propria voce, a darsi un tono, a darsi uno spazio, il che nei flashback (che percepiamo noi) può avere senso mentre nelle registrazioni audio (che percepiscono Clay e gli altri) un po’ meno.

  1. Clay

Se Hannah racconta la sua verità, anche Clay racconta la propria. Goffo, bacchettone, non integrato nella “società” (si può chiamare così) scolastica, ma comunque conosce tutti, riesce a interagire con tutti; si comporta in maniera per molti inusuale, ma partecipa e convive con il gruppo. Più attraverso l’analessi che attraverso la dimostrazione del presente. In esso, che è ben più frammentato, Clay perde tempo rincorrendosi negli spazi del liceo con i propri coetanei, senza usare quello che sta ascoltando come mappatura interiore bensì come lenta scalata verso un compimento di una fantomatica vendetta, che si svolge in più passi che includono momenti di vero, ironico sadismo ipocrita. Ma Clay, che probabilmente è il vero protagonista della serie, sembra più che altro rappresentare una purezza eccentrica che deve “scoprire” se stessa, seguendo il tradizionale e archetipale senso della storia di formazione: deve capire che scelte fare, deve cambiare le cose, deve essere un ‘deus ex machina’ portatore di morale e comprensione tra chi, invece, non ci riesce con i propri mezzi. In questo senso, Tredici perde il senso delle proprie potenzialità corali, disperdendosi nei meandri di una figura prevedibile in cui è facile immedesimarsi per i giovani che si sentono più ‘outcast’ trascurando invece il resto. Clay sicuramente, nonostante il suo cuore buono e l’arguzia dietro certe sue intenzioni e decisioni, è un personaggio appartenente a questo “spettro” grigio, e per ciò va considerato tra le cose più importanti di un prodotto che altrimenti sembra troppo spesso prendere una posizione; ma, allo stesso tempo, la sua profondità non è mai davvero messa in scena o messa in discussione appropriatamente. L’apice del suo approfondimento è riscontrabile nelle sequenze in cui si sfoga di più, si arrabbia, abbandona la sua apparente debolezza.

  1. Gregg Araki

Può sembrare una cosa più superficiale e meno importante, ma due episodi della serie (per la precisione il settimo e l’ottavo di questa prima stagione) sono stati diretti dal regista Gregg Araki, autore tra gli altri di Mysterious Skin (2004) e Kaboom (2010), entrambi teen-movie che giocando con la forma dei videoclip o dei film di serie Z e con tematiche più profonde riescono a elevarsi dalla massa. Nonostante forse non siano gli episodi più riusciti a livello narrativo, si nota una specie di cambio di mano, ci si rivolta di fronte al piattume di certe scelte di sguardo e comincia, in qualche modo, qualcosa di diverso. I suoi due episodi, pur con momenti molto deboli e più o meno volontariamente kitsch in mezzo (come le ripetute e inspiegate visioni di Clay), rimangono il punto di volta oltre il quale la serie riesce sempre di più a dimostrare che tra le due facce della questione ci sono svariate tonalità.

  1. Il non-detto

Anche questa può apparire come una faccenda meno considerevole, ma una tendenza nella serialità moderna che sta crescendo sempre di più è quella dell’abuso del non-detto come MacGuffin: non affermare le cose solamente per allungare il brodo, magari giocando anche con il mistero per creare piccoli errori di sceneggiatura o piccoli escamotage che, ironicamente, paiono restringere le possibilità dialogiche della serie. In una serie con qualche mistero e tanti segreti, non si può nascondere la colpa del non-detto solo e soltanto dietro la drammatica debolezza di uno o più personaggi, perché davvero la discussione e le possibilità che da esse derivano sono talmente tante da far sprofondare, di nuovo, la sceneggiatura – e volendo pure la banale regia – della serie nell’oceano dell’incredulità.

  1. Dialogica adolescenziale teen e televisiva

Gli adolescenti non parlano così. Gli adolescenti non si comportano così. È l’età dell’impulsività o della completa chiusura, sì, anche l’età dei segreti e l’età del bullismo, ma è meno l’età del Giano bifronte. Spesso, come nell’importante personaggio di Justin, le sfumature di grigio più che sfumature sono oscillazioni, come un pendolo che va in continuazione dal bianco al nero, dal buono al cattivo, dal debole e impotente allo sporco manipolatore. Se Tredici è un lavoro di scrittura più che di regia (e lo è, come lo sono, ed è preoccupante, molte, troppe serie di questo periodo), dovrebbe anche essere un ritratto generazionale – ma troppe volte più che un’interazione reale sembra una soap opera, e sotto certi punti di vista commedie semi-demenziali come Superbad (2007) o Project X (2012) riescono a essere più realistiche. Il realismo non sempre è la cosa più importante, anzi – qui, però, sin troppo spesso, come in molti prodotti dal target adolescenziale, pare di sì.

  1. Femminismo

Il messaggio femminista della serie è chiaro, ma non è conclamato ai quattro venti. Vari discorsi vanno nella direzione di una denuncia della misoginia e del maschilismo in giovane età, ma pochi vanno verso un’oggettivazione dei corpi e della materia sociologica da cui ciò parte. Da questo punto di vista, Tredici ha classe nel riuscire a sfruttare certe tematiche (compresa pure la problematica LGBTQ) con un occhio intimo e psicologico piuttosto che attraverso la lente deformante e rischiosa della critica sociale. Rischiosa soprattutto vista la natura pop-cult dalla quale la serie parte.

  1. La problematica del suicidio

La cosa più importante di tutto Tredici è sicuramente la discussione sul suicidio. Molti, compreso Will Toledo dei Car Seat Headrest, gruppo la cui canzone Oh! Starving è utilizzata nella serie (nel suo penultimo episodio), hanno accusato gli sceneggiatori di Tredici di aver voluto romanticizzare il suicidio. Forse la colpa, più che della serie, che non fa altro che sputare sentenze e promemoria sulla stupidaggine esibizionista dell’atto pur con un piglio tendenzialmente tragico (a volte anche troppo), può essere il materiale di base, il romanzo, che taglia dalla storia le interazioni tra Clay e i suoi compagni concentrandosi solo sulle audiocassette di Hannah. Bandito in alcune biblioteche liceali negli Stati Uniti, il romanzo Tredici del 2007 ha, in effetti, apparentemente, convinto verso la strada del suicidio più ragazzi della stessa età della sua protagonista. Questo viene temuto anche da molti che hanno criticato la serie, mostrando come la drammatica discesa negli Inferi (per alcuni esagerata, per altri meno) di Hannah possa avere come conseguenza un atto catartico attraverso le cassette, attraverso quest’ultima lettera assaporata con un gusto un po’ retrò. La serie però fa di tutto per distanziarsi, ampliando i punti di vista e confrontandosi sia col soggettivo sia con l’oggettivo, sia con il sociale sia con lo psicologico, sia con il claustrofobico sia con il puro divertimento. C’è da dire, allo stesso tempo, che tra suicidi e altre morti mostrate con una certa indifferenza (mascherata), che il mondo adolescenziale di Tredici, più che fedele rappresentazione delle conseguenze dei drammi ‘teen’, sembra mutarsi in una mattanza di giovani in maniera più o meno riuscita, o più o meno furba, o più o meno intelligente.

  1. Il compenetrarsi del sociale

Oltre al femminismo e al suicidio entrano sicuramente in discussione altre questioni sociali discusse soprattutto negli Stati Uniti, una che è una causa e l’altra una conseguenza: il bullismo e le sparatorie scolastiche. Nonostante la prima sia una cosa che c’è da sempre e la seconda una tematica su cui ci sarebbe troppo tempo da perdere ripescando Columbine e una serie di casi successivi, questo compenetrarsi del sociale ha risvolti sia positivi sia negativi: quelli positivi concernono la ricerca incessante e essenziale di una galleria multitematica di costruzioni narrative, riuscendo a mischiare reale e irreale, bugia e verità; il problema giunge quando il sociale diventa talmente importante da rendere di cattivo gusto certe scelte più allegoriche. Le visioni di Clay, il suo continuo bisogno di confrontarsi con quello che non è successo ma che sarebbe potuto succedere, sono un qualcosa che creano una dimensione parallela per l’azione e il suo svolgersi, insomma, una dimensione non narrativa, una dimensione video che deve quindi automaticamente confrontarsi con la profonda e ambigua etica della serie – in un certo senso annullando il sociale, ridicolizzandone gli sforzi, esplicitando troppo.

  1. Montaggio e narrazione

La narrazione scorre televisiva com’è giusto che sia, dedicando ogni episodio a un lato di una cassetta e ponendo spesso a fine episodio un colpo di scena, anche a presa per i fondelli come quello del penultimo episodio che si risolve nella puntata conclusiva come un vero e proprio escamotage per tentare di colpire di più i cuori degli spettatori. Il problema forse è più il montaggio, che ripete ossessivamente lo stesso stratagemma fino alla nausea, traslando lentamente il mondo di Clay in quello del Clay passato o di Hannah, alternando campo-controcampo a party, silenziose scene di scoperta di sé a rumorose scene di tragedia e violenza. Così premendo l’acceleratore sull’efficacia di queste dissolvenze, si perde il senso (che dovrebbe essere perpetuo) di una compenetrazione che non è solo sociale ma anche umana. La fotografia cambia, sì, e a volte pare davvero miracoloso il trucco di sguardi e di luci che viene usato, ma allo stesso tempo, più che un’esplicitazione di una poetica di base fondata sulla memoria di ciò che è scomparso e che non si può più recuperare, pare un’estetizzazione del lutto ormai privata di significato, che funge solo in funzione della storia.

  1. Mostrare il suicidio

A proposito di estetizzazione: la serie parte sia tematicamente sia narrativamente da un suicidio a cui vengono fatti accenni ma che non viene mostrato. Ciò rende l’atto suicida particolarmente angosciante, come una cosa aliena, distante, che influenza il dolore degli altri senza toccarlo nello specifico. Nell’ultimo episodio, il suicidio viene mostrato, eliminando la “magia” del non visto e, in realtà, sì, estetizzando l’atto suicida. Non è romanticizzato ma è chirurgicamente messo in scena con una brutalità dolorosa che si comporta in maniera ricattatoria con lo spettatore, colpendo come un pugno nello stomaco ma allo stesso tempo lasciando un retrogusto amarissimo. Una scelta scaltra che sicuramente ha avuto un certo impatto su una certa fetta di spettatori, in particolare considerando l’ancor più drammatica scena seguente al suicidio, con protagonisti i disperati genitori di Hannah, ma dov’è il visivo? Dov’è la possibilità di ampliare le vedute sulla narrazione creando ellissi dove potrebbe essere pornografico l’inserire tutto in quantità eccessive? Ci si scorda certe cose per strada, compreso il corpo del personaggio protagonista. Insomma, un corpo essenziale, un simbolo che ormai è diventato più che altro un nome, più una scusa pubblicitaria che una manifestazione di un dolore vero. Certo, probabilmente ha poco senso lamentarsi del bombardamento mediatico del consumismo televisivo, anche perché Tredici all’interno del genere del dramma adolescenziale è probabilmente uno dei prodotti narrativi più approfonditi e ben costruiti, ma allo stesso tempo pare davvero strano che così tanti siano stati catturati dai dilemmi etici più o meno confusionari che la serie propone. E forse il motivo si cela dietro l’inaspettato, dalla costruzione dei personaggi al mix tra vitalità e tragedia mortale, dalla scelta della colonna sonora ai minimi dettagli dei personaggi. Pur essendo nato da un romanzo autoconclusivo, la serie avrà un seguito, presumibilmente legato al futuro (scolastico e legislativo) dei vari protagonisti dopo le vicende del finale. Quindi, poco c’entrerà con Hannah Baker se non attraverso il ricordo del suo fantasma vittima di violenze. Quanto senso può avere, dunque?

Nicola Settis

“13 Reasons Why” (2017)
60 min | Drama, Mystery | USA
Regista N/A
Sceneggiatori Brian Yorkey
Attori principali Dylan Minnette, Katherine Langford, Christian Navarro, Alisha Boe
IMDb Rating 8.5

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